mercoledì, 18 novembre 2009

Acne

Quand’ero al liceo avevo molti brufoli.
Una cosa che forse le persone che non hanno o non hanno mai avuto molti brufoli non sanno è che quando sei giovane e hai i brufoli - intendo dire molti, molti brufoli - soffri tantissimo e passi tutto il tempo a sperare e a sognare di alzarti una mattina e non avere più brufoli, nemmeno uno, e anche se sai che è un evento fisicamente non plausibile, tu ci speri ugualmente, ti guardi allo specchio e pensi “se non avessi i brufoli sarei un bel ragazzo”, anche se non è vero, e fai persino le prove, cioè siccome sei miope (pure) e “ci vedi come un cavallo da giostra”, vai davanti allo specchio e ti levi gli occhiali perché così, sfocato, pensi di poter vedere la tua faccia senza brufoli e avere prova che senza brufoli saresti bello, ma il fatto è che senza occhiali non vedi niente, non ti si distingue, perciò sei condannato a fare solo altre congetture e intanto ti chiedi come potrà mai essere la vita di quei ragazzi che invece sono nati senza brufoli e possono fare tutte le cose che fanno abitualmente senza darsi pensiero, cose come mangiare il salame, parlare con le ragazze, guardarsi allo specchio e via dicendo.
Ho molte cose da dire ai giovani ragazzi che hanno i brufoli, e immagino che al giorno d’oggi sia ancora più difficile avere una faccia ricoperta di brufoli – sto parlando di brufoli grossi come nocciole di Giffoni, rossi come braci e con le punte pulsanti gialle o giallo-verdi protese verso le facce e le bocche aperte delle persone con cui parlano timidamente, pronte a esplodere e a schizzare al primo inavvertito contatto o al minimo eccesso di sollecitazione – vista la piega che sta prendendo la società moderna, dove tutti devono essere belli, alla moda, curati sin nei minimi dettagli cosmetici e così via. Non che se ne vedano in giro molti di ragazzi con la faccia piena di brufoli, ma forse perché, giustamente, stanno rintanati a soffrire in casa. Ho molte cose da dire ma non posso dirle tutte qui, mi sono già dilungato troppo, perciò qui ne dirò solo alcune, di sfuggita, mentre la vera guida consolatoria (titolo provvisorio: What’s a nice pizza face like you doing in a place like this?) sarà pronta nei prossimi mesi.

La cosa più importante che tu, ragazzo coi brufoli, devi sapere è che non è vero che “le altre persone neanche fanno caso ai tuoi brufoli”, come mi ha detto una volta una persona molto gentile che voleva tirarmi su il morale. Tutti fanno caso ai tuoi brufoli, invece, persino quelli che hanno i brufoli e quelli che hanno avuto i brufoli. In linea teorica, nessuno più di me potrebbe avere in simpatia i ragazzi coi brufoli, visto che anch’io da giovane li ho avuti (anche adesso ogni tanto mi viene un brufolo, ma adesso è diverso, parlerò nella guida della modificazione della percezione del brufolo con il trascorrere del tempo), ma non è così, io detestavo avere i brufoli e mi faceva schifo avere i brufoli e non c’era per niente il cameratismo che uno potrebbe pensare, cioè per i brufoli non esiste l’essere sulla stessa barca e cose così, non è come essere in galera o essere fratelli negri e via dicendo, che fai squadra, almeno per me non era così, quando io vedevo un altro ragazzo con i brufoli non pensavo “ehi, ecco un fratello!” e non gli battevo il cinque, pensavo invece “che schifo di cazzo di faccia che ha quello” e subito dopo mi domandavo “anch’io farò questo schifoso effetto?” e la risposta era sì, la risposta è sì, fai purtroppo quello schifo di cazzo di effetto.
Giusto per dire, l’altro ieri stavo tornando a casa dalla mia solita passeggiata mattutina e ho incontrato un gruppo di ragazzine con gli zainetti che andavano a scuola. Due erano le tipiche ragazzine con lo zainetto della Barbie, il giubbottino rosa, la faccia pulita eccetera, una, invece, aveva la faccia ricoperta per un trenta percento da brufoli di varie misure e tipologie, e quando l’ho vista mi sono ricordato della mia triste giovinezza e per un attimo ho provato simpatia, va bene, ma contemporaneamente e per tutto il tempo successivo ho pensato soltanto “che schifo quella ragazzina coi brufoli” e nient’altro, volevo fermarla e dirle “non mollare, cesso”, ma ho tirato dritto.
E – volevo dirti - non c’è motivo di pensare che le persone che non hanno i brufoli pensino e provino pensieri e sensazioni diverse, è molto più probabile che provino lo stesso tipo di schifo, anzi il doppio, ma senza capire bene il dramma di averlo.
Quindi, che sia chiaro, tutti fanno caso ai brufoli.
La buona notizia, però, è che… no, non c’è una buona notizia.
Però, avere i brufoli tempra, questo sì. Me, mi ha temprato, se non altro. La mia adolescenza da adolescente coi brufoli è stata dura, però mi sono fatto le ossa e sono così diventato la felice carogna che sono.
Ho milioni di aneddoti, ma ne ricorderò qui soltanto due o tre, in modo che tu possa forse riconoscerti e per un attimo sentirti meno solo (il che non significa che non mi fai schifo: me lo fai. Fermo restando che, oh, a trentadue anni non me ne frega più niente di cazzate come la bellezza, piacere, eccetera, pur essendo io ora paradossalmente bellissimo). Gli aneddoti hanno anche una morale, che ti espliciterò per renderti la vita più semplice.
Aneddoto numero uno: Pizza face.
Ero in vacanza-studio in Inghilterra e, devi sapere, in Italia nessuno mi aveva mai preso in giro per i brufoli, cosa che io avevo interpretato non come segno di compassione o paura di scatenare una rabbia che allora neanche sapevo di avere, ma come segno di “non c’è niente da prendere in giro riguardo a questo ragazzo”. Mi sbagliavo. In Inghilterra un ragazzo tedesco molto grosso e cattivo mi ha chiamato Pizza face. Io gli ho detto “crucco”. Lui ha chiesto ai ragazzi italiani lì seduti con noi “what does crucco mean?” - che cosa vuol dire “crucco” - e loro, gentilmente, hanno pensato bene di spiegarglielo, “a german of the second world war”, cioè un nazista, e a quel punto io ti giuro che ho pensato “ecco, sono morto”, e invece il crucco ha preso una patatina fritta cosparsa di ketchup e me l’ha messa sul dolce, pensando di rovinarlo, e io, felice di non essere stato pestato a sangue, ho finto di aver perso, cioè ho simulato contrizione e ho lasciato il mio dolce, tra le risate, ma in realtà avrei potuto prendere il dolce con la patatina col ketchup sopra e mangiarlo di gusto, vincendo, ma a quel punto il crucco avrebbe cercato un’offesa di livello superiore e prima o poi avremmo finito le offese e saremmo arrivati alle botte, ed era molto, molto grosso, come ti ho detto.
Morale: le persone ti prendono in giro anche se tu pensi che non è vero. La ragazza di cui sei innamorato ride quando gli altri, in tua assenza, ti chiamano Pizza face, ed è solo questione di tempo, credimi, prima o poi ti chiamerà Pizza face anche lei, e tu lo verrai a sapere, e ne morirai.
Aneddoto numero due: creme.
Ho provato di tutto per fare andar via i brufoli. E a un certo punto ci sono riuscito, ma non ti dico come perché lo scriverò nella guida, non posso regalarti tutta la mia sapienza.
Comunque, prima di arrivare alla soluzione finale, ho provato di tutto. Tutti i rimedi della nonna del cazzo. Creme. Saponi. Antibiotici. Dentifricio. Lozioni. Farmaci per altri disturbi. Zolfo. Acqua calda, poi acqua fredda, poi acqua calda, poi acqua fredda, e così via, gli altri fuori a giocare a pallone e a farsi fare i pompini dalle ragazze e io lì a fare gli impacchi con le due acque perché una stronza mi aveva detto che prima aprivi i pori e poi li chiudevi e questo in qualche modo avrebbe avuto a che fare con la sparizione della merda dal mio corpo. Dieta: niente più cioccolato, non ho mangiato cioccolato per due anni. Niente più pomodoro. Dolci. Deliziose schifezze. Espiazione etico-biologica: niente più seghe. Ci crederesti? Dovrebbero venderlo in farmacia: la pillola per non farti le seghe. Contro i brufoli. Qualcuno (io) mi aveva convinto che vi fosse una relazione tra l’eliminazione dello sperma e l’accumulazione di sebo, il che è folle, me ne rendo conto, e infatti dopo aver visto che non funzionava ho pensato che, forse, era vero il contrario, cioè più seghe poteva voler dire meno sebo, in fondo c’era una certa somiglianza nell’aspetto della sostanza e devo ammettere che mi ha sfiorato il pensiero che lo sperma facesse un qualche tipo di giro bislacco per poi finirmi in faccia, perciò, via, seghe a non finire, a tutte le ore.
Bene: niente ha funzionato. Un giorno in cui ero particolarmente disperato, allora, mi sono spalmato un intero tubetto di crema antibrufoli sulla faccia e poi sono andato a dormire. Il giorno dopo mi sono svegliato e, miracolo della medicina moderna, non c’erano più brufoli, ero un cazzo di genio.
In realtà, guardando meglio, mi si era solo gonfiata la faccia e la pelle era tutta tesa e rossa e dunque i brufoli non si vedevano più, tutto qui, erano solo temporaneamente invisibili. Più tardi, a scuola, durante l’intervallo stavo parlando con una ragazza e a un certo punto lei ha fatto una battuta e io mi sono messo a ridere sguaiatamente, felice, pensando che la mia nuova faccia senza brufoli stesse finalmente sortendo effetti, ma poi osservo bene la ragazza e noto che ha gli occhi sgranati e un’espressione terrorizzata, così le chiedo “che hai?” e lei “ti si sta come sgretolando la faccia!”. Era vero. Non era un figura retorica o che altro: mi si stava letteralmente sgretolando la faccia, stavo perdendo pezzi di faccia che cadevano sul pavimento, cosa ancora più schifosa  e scacciafiga dei brufoli, questo è certo.
Morale: mangia tutto il cioccolato e fatti tutte le seghe. Sii un ragazzo brufoloso felice.
Aneddoto tre: educazione artistica.
Una mattina il professore di educazione artistica mi ha chiamato per farsi andare a prendere un caffè alle macchinette e, notando la mia faccia piena di brufoli, mi ha detto davanti all’intera classe: “Perché non fai qualcosa per quella faccia?”. E giù tutti a ridere. D’altronde, lui aveva una sensibilità estetica. Io, ferito e imbarazzato, ho sorriso e non ho detto niente e talvolta ancora ci rimugino. Errore.
Avrei dovuto invece avvicinarmi e sussurrargli all’orecchio: “Molto bene. Ora io vado dalla preside e le racconto quello che è appena successo. Dopodiché torno a casa e vado dai miei genitori e racconto quello che è successo anche a loro, piangendo. Poi, questo stesso pomeriggio, mentre il mio papà va dal suo costoso avvocato incazzato nero, io contatto un costosissimo psichiatra e mi rifiuterò di uscire di casa per i prossimi sei mesi, forse tenterò anche il suicidio ingoiando un intero flacone di Topexan, ci devo pensare. Nel frattempo tu mi puoi scrivere un’accorata lettera di scuse che però non servirà a niente”.
Morale: o i brufoli ti rendono una felice carogna, o nella vita, mi dispiace, sei destinato a soccombere.
chinaski77 alle ore 17:03 | link |
giovedì, 12 novembre 2009

Il tappeto

Ho fatto un sogno.
Ero alla stazione di un paese qui vicino e stavo aspettando l’autobus. Nel sogno erano esattamente le ore del non-sogno, cioè le sei del mattino, e sul piazzale della fermata non c’era praticamente nessuno, tranne un gruppetto di studenti che però stava aspettando un autobus che non era il mio.
Ad aspettare il mio, invece, c’erano due persone: una era una ragazza bionda; l’altra era Silvio Berlusconi.
La situazione era che Berlusconi parlava e la ragazza ascoltava, mentre io, che non conoscevo in nessun modo lei e non conoscevo di persona lui, facevo come faccio sempre quando ci sono i Vip, ovvero mi comporto come se non ci fossero, perché anche se mi fa un certo effetto vedere lì nel mondo vero persone che ho sempre visto miniaturizzate in video, in fondo non sono altro che persone, ciòè io non subisco minimamente il fascino perverso che le persone Vip esercitano sulle persone derelitte della realtà comune, che te le fa considerare persone superiori o diverse. Il che non è del tutto vero, a essere sinceri, perché alla fine a chi non piacerebbe avere un amico Vip? E allora la mia forma di riguardo in realtà è un modo alternativo per conquistarmi la sua simpatia, qualcosa del tipo “tutti ti stanno addosso perché sei un Vip, io invece ti ignoro per distinguermi e a un certo punto tu lo apprezzerai e mi diventerai amico”, che era la stessa strategia che usavo con le ragazze quand’ero adolescente, qualcosa del tipo “tutti cercano di scoparti perché hai una vagina, io invece ti ignoro per distinguermi e a un certo punto tu lo apprezzerai e diventerai la mia ragazza”, cosa che puntualmente non è mai successa. In effetti i Vip godono del fatto di essere Vip come le ragazze godono del fatto di essere ragazze e dunque vogliono che la gente gli stia adosso, è un iter necessario.
Comunque io guardavo dritto nel vuoto. Però ascoltavo.
Berlusconi stava raccontando un aneddoto secondo lui divertente. Adesso non ricordo bene, era molto complicato, c’erano tanti personaggi che non conoscevo e, questo me lo ricordo, c’era un tappeto, che era il fulcro di tutto. Lui era molto divertito, non si trattava proprio di una barzelletta ma di un aneddoto della vita reale secondo lui molto divertente e significativo, dove c’erano in particolare un signore e una signora e, periodicamente, questo tappeto, era come se il signore dell’aneddoto di Berlusconi non riuscisse a far capire l’importanza del tappeto alla signora, o il semplice fatto che quello era il suo tappeto e che la signora ne stava in qualche modo abusando.
Intanto io fissavo dritto nel vuoto, facendomi i fatti miei, ma pensando: “Cristo, hai Berlusconi qui a un passo - Berlusconi, Cristo - basterebbe cominciare ad ascoltarlo, sorridere, annuire, e, quando finisce l’aneddoto del tappeto, ridere, anche se non ti fa ridere, ridere ridere ridere, e il gioco sarebbe fatto, a quel punto basterebbe dire ‘signor Presidente, avrei un libro da proporle’, e lui, grato per aver riso al suo aneddoto, ti direbbe ‘dimmi, caro’, e il gioco sarebbe fatto, niente più pensieri, la strada spianata fino al Pulitzer, al Nobel, alla Coppa dei Campioni”.
Ed è proprio così. Sarebbe bastato dirlo, avere la faccia tosta e la piccola coscienza di quelli che si vendono, ma io non ce l’ho, non sto dicendo la piccola coscienza, io la coscienza non ce l’ho né grande né piccola, non ce l’ho e basta, dico la faccia tosta, è che non riesco a importunare la gente e detesto chiedere favori, chiedere favori mi costa uno sforzo infinito, perciò avevo lì Berlusconi, che in teoria poteva esaudire tutti i miei desideri, e non ho detto niente, sono stato zitto ad aspettare il mio cazzo di autobus.
Provate a immaginare. Avete una vita con dei problemi e dei desideri e lì c’è un uomo che con un gesto ve li può risolvere tutti. Voi sareste etici, dico bene? Ma certo. Vi hanno licenziato, voi e vostra moglie e i vostri quindici figli fate fatica ad arrivare alla fine del mese, proprio non riuscite a trovare un altro impiego, siete alla cosiddetta canna del gas e, un bel giorno della vostra vita, incontrate un uomo che vi può dare un posto fisso perpetuo al Ministero del Lavoro. A voi. A vostra moglie. Ai vostri figli. Non dovete fare niente, dovete solo chiedere. Che cosa fareste? Tornereste a casa dai vostri famigliari e direste: “Cari, miei amati cari, oggi potevo risolvere tutti i nostri problemi, potevamo avere diciassette lavori, passare da zero euro al mese a un milione, ma io, per i principi che ben conoscete, ho rifiutato”. Vi stringerebbero la mano, ne sono sicuro.
Io sono rimasto zitto, cretino che non sono altro.
Ma a un certo punto Berlusconi mi ha guardato e ha cominciato a parlarmi. A parlarmi. A me. Il mio cervello mi ha detto: “Cristo! Berlusconi ti sta parlando! Adesso devi dare il massimo, cerca di essere l’ascoltatore perfetto e, per la miseria, digli del libro!”.
Ho riascoltato l’aneddoto del tappeto e, giuro, non l’ho capito. Proprio non lo capivo mentre me lo stava dicendo, ero troppo agitato, troppo concentrato sul pensiero “chissà se mi darà un aggancio per dire ‘Signor Presidente Del Consiglio, nonché Padre della Signora Presidente della Mondadori, io avrei un libro. Un libro. Non so se mi spiego’”, e così lo fissavo, cercavo di non sbattere le palpebre nemmeno per un istante in modo da non dargli nemmeno per un istante l’idea che avessi perso la concentrazione, ma quando lui è arrivato alla fine dell’aneddoto io non ho riso ed evidentemente c’era da ridere, perché lui si è un po’ risentito e ha detto, guardando dritto di fronte a sé, “va beh, l’aneddoto non piace”, ma io non avevo capito niente, non è che non facesse ridere, era troppo complicato l’aneddoto e troppo teso io, perciò il mio cervello mi ha detto “idiota. Te lo sei bruciato”, e in effetti pensavo di essermelo bruciato.
Dopodiché, silenzio. Un lungo silenzio che scongiurava di essere riempito. “Digli del libro. Digli del libro. Il libro. Il librooo!!!” Ma non gliel’ho detto. Più forte di me. Non riesco a chiedere favori, è troppo mortificante, patetico e meschino. Era il mio sogno e non riuscivo a chiedere un favore a Berlusconi nemmeno nel sogno.
E poi la ragazza ha detto una cosa.
“Ho letto il tuo libro, sai?”
Ecco l’aggancio! Benedetta ragazza. Ed era anche una mia fan.
“Che libro?”, le faccio, giusto per dare qualche informazione al Presidente, che ci stava ascoltando.
E lei fa: “Comunisti italiani”.
Puttana. Chi cazzo l’ha scritto Comunisti italiani? La ragazza del mio sogno mi ha scambiato per un altro, questo è il colmo. Io che, tecnicamente, ero il Signore del sogno suo Dio.
“Ma non l’ho scritto io… mi ha scambiato per un altro”, le dico.
“Oh, mi scusi”, dice lei.
“Ah ah ah!!!”
Ah ah ah. Proprio così. Berlusconi sta ridendo di me. È finita. Poi mi dice: “Ma scusi, come poteva sapere? Avrà due anni”, frase che non capisco, ma se non altro mi suggerisce che non stava ridendo di me, ma della ragazza.
Io penso che la conversazione stia prendendo la piega giusta, ora mi basta dire “senta, Presidente, avrei un libr… un favor.. dovrei chiederl..” e il gioco è fatto, ma proprio non ci riesco. E arriva l’autobus.
Berlusconi si alza, ancora ridendo, se ne va e io rimango lì, sconfitto, incapace di parlare, che me lo lascio sfuggire. L’occasione di una vita, sfumata.
E poi, miracolo numero due, mentre se ne va, dice:
“Be’, se un giorno avrà un libro da propormi…”
Mi viene da piangere. Mi alzo in piedi, con le lacrime agli occhi, e dico: “Presidente, ma io ho un libro da proprole.”
Lui si ferma. Si ferma e mi guarda con due occhi come a dire “ma sei imbecille? Sono qui da due ore, tu hai un libro da propormi, io ho tutte le case editrici, e tu non mi dici niente?”
E ha ragione. Gli dico: “È che non volevo fare la figura di quelli che le chiedono favori” e lui fa un’altra smorfia come a dire “sì, sei imbecille”.
Torna da me, senza sapere se sono comunista, fascista, anarchico, ermafrodito, e, per pura cortesia, per bontà d’animo, per simpatia, estrae un taccuino e mi dice, mentre io trattengo a stento le lacrime, “indirizzo e-mail?”.
Ecco. Hai il genio della lampada della tua vita che ti chiede “indirizzo e-mail?”. Che cosa fai?
Io, lì nel sogno, ho maledetto me stesso per aver scelto un indirizzo e-mail così complicato. Acca, ci, ci, acca. Non lo capirà mai. Allora penso in fretta e alla fine decido, gli do l’altro, con il nome vero.
È lì, mi sveglio.
Come quando stai per morire in un sogno e, siccome non puoi morire nei sogni, un secondo prima di morire il tuo cervello ti fa svegliare.
Comunque, chi se ne fotte.
Il mio indirizzo è hcchinaski77@gmail.com, Presidente.
chinaski77 alle ore 09:37 | link |
mercoledì, 04 novembre 2009

The others

Prima, io tenevo in grandissima considerazione il giudizio degli altri. Per me il giudizio degli altri contava moltissimo e questo era uno dei motivi principali per cui non uscivo quasi mai di casa, perché bastava un niente a deprimermi o a rovinarmi la giornata. Dico davvero, era sufficiente che un edicolante mi rispondesse con un tono brusco quando gli chiedevo se la scritta prezzo del giornale: 1 euro significava che il prezzo del giornale era di 1 euro - qualcosa di molto secco e inopportuno come “non vedi?” o un brutale “c’è scritto” - e mi deprimevo, bum, finivo giù nel pozzo nero, ma senza darlo a vedere, chiaro, a lui sorridevo con un sorriso che era un sorriso normale più un extra di sorriso per convincerlo davvero che non mi aveva assolutamente ferito, figuriamoci, per così poco?
Ma dentro mi laceravo.
Per prima cosa ridevo, ridevo come il perfetto imbecille che qualcuno dentro di me pensa che sono: “Ah ah!”, ridevo. Poi, mentre l’edicolante che se ne strafrega di me e del mio cervello tirava su col naso, già risprofondato nel suo mondo, mi affrettavo ad aggiungere qualche farfugliamento, qualcosa come “no, è che pensavo che, siccome sapevo che il giovedì esce l’inserto speciale con il dvd multimediale, il prezzo di un euro fosse riferito al…“, così, nella speranza di veicolare il messaggio “ehi, non vorrei pensassi che sono stupido. Cioè. Ho fatto lo stesso errore di uno stupido, chiederti conferma dell’ovvio, ma l’ho fatto - non ci crederai mai - per la ragione opposta, cioè che sono intelligente, ovvero dietro la mia domanda simile alla domanda di uno stupido c’era un ragionamento molto sottile che ora ti spiego nel dettaglio, se hai tempo, così che tu possa constatare quanto in realtà io non sia stupido ma…”.  Ma io volevo solo un po’ di affetto, una conferma dell’ovvio, sicuro, sperando in un suo “sì! esatto! bravissimo! un! euro!”, per poi vederlo uscire in fretta e furia dal casottino e fare il giro trafelato per venirmi ad abbracciare piagnucolando un “sei un grande! un grande!”, mentre i passanti intorno a me si fermavano per congratularsi o si davano di gomito e bisbigliavano un ammirato “ha capito che il prezzo del giornale è di un euro!”, giusto perché quando esco di casa, uscendo di rado, vorrei che le persone mi accogliessero in modo particolarmente affettuoso, come a dire “ma dai, su, esci di nuovo!”. Sarebbe fantastico, ma cosa vuoi che ne sappia un edicolante, del casino che ho dentro?
È più complicato di come sembra, però.
Io non avevo bisogno dell’approvazione degli altri per rinfocolare la mia autostima. Io avevo bisogno di evitare di essere disapprovato dagli altri per non intaccare il mio eccesso di autostima, è una situazione completamente diversa. Da un lato c’ero io, che sono pieno di autostima fino a qui; dall’altro c’era una parte femminuccia, sfigata, insicura e maldestra di me, che non so da dove venga, sarà penso l’ologramma di Jisus infilato negli interstizi del mio Io con estrema cura negli anni passati quand’ero troppo piccolo per proteggermi.
Bene. Tanti anni a farmi queste paranoie senza volermene fare ma, ohi, quando ti va giù il morale non ci puoi fare niente, razionalizzi, ti spieghi, minimizzi, giustifichi, ma dopo venticinque anni ricordi ancora il tizio che ti ha risposto male o quell’altro che ti ha mortificato pubblicamente. Tu sai bene che non ha nessuna importanza. Tu sai bene che te ne freghi del giudizio della gente. Eppure.
Ma ora ho trovato la soluzione.
Per prima cosa, ho notato che certe persone diventano mansuete se sei antipatico e le tratti male. Uno che è gentile e va da un cassiere o da uno sportellista e viene trattato male spesso si chiede “ma come mai io che sono così gentile vengo trattato male? Come possono esistere persone così meschine?”. Non sono meschine: o hanno capito il Metodo ed è quindi semplicemente il loro modo di non soccombere, o cercano di scaricare la tensione accumulata nelle relazioni con altre persone che hanno capito il Metodo, trattando male le persone che non l'hanno capito. Tu cerca di essere autoritario e loro si ammorbidiranno, perché ormai si trovano meglio a comunicare a calci nel culo. Giuro che funziona. Dopo anni a farmi deprimere agli sportelli da eserciti di villani, ora sono io che muovo i fili; secondo, valutare se un comportamento razionale determinato dalla logica e dal perseguimento del (Proprio) Bene Maggiore viene abbandonato per uno irrazionale determinato dalla paura di essere giudicato uno sfigato o un imbranato o qualcosa di cui, in realtà, non mi frega niente. Perché a me non interessa il giudizio degli altri, questo volevo dire all’inizio, non mi interessa proprio; terzo, buttarsi a capofitto nelle situazioni sgradite. Uno non può avere idea di quanto sia liberatorio e gratificante sapere di non stare subendo una situazione imbarazzante ma di averla desiderata, creata e deliberatamente vissuta. Funziona.
Allora adesso vado dal panettiere e tutto è diverso, ad esempio anche l’altro giorno sono andato dal panettiere, con Ema, e volevo il pane integrale, che dovrebbe essere semplice, no? Entri, chiedi “ha il pane integrale?”, quello risponde “no”, ok, saluti, ciao, esci.
Ma prima non era semplice. Una cosa che mi ha sempre messo sotto è non capire che la persona al di là del banco può anche non avere dei sentimenti direttamente legati ai miei acquisti (se non in termini di “arrivano o non arrivano dei soldi?”), perciò, se quando volevo il pane integrale mi dicevano che non c’era pane integrale ma che c’era invece un ottimo pane ai cinque cereali che era una novità e se volevo assaggiarlo, io non riuscivo a dire di no – dentro di me pensavo che tutti a questo mondo fossero sensibili come lo sono io e mi immaginavo il panettiere che, a causa di un mio rifiuto, poi piangeva nel retro sbocconcellando il suo pane nuovo – e dunque assaggiavo pur non avendo voglia di introdurre cibo nel mio corpo, dicevo “uhm, buonissimo!” anche se in realtà mi faceva ca-ga-re e poi ne compravo una quantità assolutamente imbecille, tipo dieci chili, cioè m’impegnavo così tanto nella parte del cliente gratificante che sfondavo il muro della gratificazione e ripiombavo in non so che modo nella disapprovazione, perché di fronte alla quantità di pane acquistato il panettiere mi guardava come se fossi un cretino. E aveva ragione: ero un cretino. Fino a quando non ho capito.
Siamo entrati dalla panettiera e lei, gentilissima, mi è venuta incontro con un gran sorriso. “Pane integrale ne avete?”, le ho chiesto, serio. “No, mi dispiace”, mi ha detto, “però abbiamo un nuovo pane ai cinque cereali appena sfornato”. “No, ti ringrazio, io cercavo il pane integrale”, le ho risposto, e a questo punto la transazione per me era finita ma lei ha insistito e ha pronunciato il fatidico “se vuoi te lo faccio assaggiare”, al che io le ho mostrato il palmo della mano come Neo in Matrix quando ferma le pallottole e le ho detto “NO.”, e quando Ema ha provato a dirmi che lei, quasi quasi, il pane ai cinque cereali l’avrebbbe assagg… “NO.”, ho ripetuto anche a lei, poi, di nuovo alla panettiera, “mi dispiace”, ma già lei mi guardava come se mi stessero uscendo filoncini di pane integrale dalle orecchie e ha mormorato un “ok…”, perciò ho preso Ema per il braccio e siamo usciti e siamo andati in un’altra panetteria lì vicino, sempre alla ricerca del pane integrale che in effetti abbiamo trovato e, meraviglioso regalo del destino, la gentile signora paffutella proprietaria della panettiera mi ha dato un centesimo di resto invece di cinquantuno pensando che le avessi dato cinquanta centesimi invece che un euro.
Non aspettavo altro.
Prima mi sono assicurato dell’errore, deliziato dal vedere la sola monetina da un centesimo lì sul banco e la donna sorridente già impegnata in qualcos’altro, poi ho guardato Ema come a dire “guarda ora come la combino” e quindi, puntando il dito, ho esclamato: “Tu!”.
La donna si è girata a guardarmi e il sorriso le si è sbriciolato via dai denti, e io: “Oh, sì! Tu!”. Lei, preoccupata, a guardarsi intorno come cercando una panettiera colpevole alternativa. “Io ti avevo dato un euro!”. Oh, avreste dovuto esserci. Avreste dovuto vederla. Fare la parte del tiranno! Io! Chi l’avrebbe mai detto? Se solo la mia povera mamma fosse stata lì a vedermi, invece che al supermercato a farsi soverchiare da finti macellai di fiducia e venditori di finti pesci freschi. Si è scusata, la panettiera. È andata in agitazione, mi ha dato i soldi e ci ha messo quasi trenta secondi, ha persino balbettato, Gesù, il mio primo balbettamento, che cazzo di emozione. E io l’ho perdonata, le ho sorriso e l’ho perdonata: “Non si preoccupi, signora, è tutto ok” e ce ne siamo andati via, lasciandola a macerarsi per sempre nella  mortificazione del ricordo di non aver saputo reagire a un arrogante (un arrogante. Io! Che soddisfazione).
chinaski77 alle ore 11:27 | link |
venerdì, 30 ottobre 2009

Grazie, amigo!

Giorni fa ero a un semaforo e sono stato assalito da un lavavetri. Hanno studiato nuove tecniche, i bastardi. Prima ti venivano incontro da davanti, dalla lunga, e tu potevi cominciare a fargli capire che non gli avresti dato niente già con le facce, la mia massima soddisfazione è sempre stata quella di riuscire con la sola imposizione della faccia a non fargli nemmeno avere la voglia di picchiettare sul vetro con le unghiette nere di sporcizia, farli demordere con l’assoluta indifferenza dello sguardo, trasmettergli attraverso il parabrezza, in cinque metri di zoppicatura, la mia totale mancanza di sentimento per la sua vita. Ma adesso, con questa nuova tecnica, mi hanno fottuto. Mi hanno fottuto e io mi devo riorganizzare in fretta, perché non succeda un’altra volta.

Arrivo al semaforo e a un tratto mi arriva una secchiata di schiuma bianca, così, da dietro, senza il minimo preavviso. Per poco non mi prendeva un colpo, a un primo momento ho pensato che l’orsetto del Coccolino si fosse suicidato gettandosi dal quinto piano, schiantandosi sul mio cofano, e invece era un lavavetri di ultima generazione che mi aveva avviluppato nel suo viscido meccanismo.
“Allora adesso funziona così”, mi son detto, infatti prima della schiuma ho un flash di lui che, non appena scatta il rosso e mi fermo, schizza fuori da non so dove in fretta più che può per non darmi il tempo di dirgli che non voglio il dannato servizio, che è un atto psicologicamente molto basso, a pensarci, non so cosa preveda il manuale del perfetto mendicante odierno ma è di sicuro una svolta nella deontologia d’accatto: il pezzente, che prima potevi tranquillamente ignorare o scalcettare fuori dalle chiese, che al massimo diventava un po’ appiccicoso e insistente costringendoti a percepire il suo odore di mendicante pungente e a smoccolare di malavoglia una manciatina di parole predefinite, ora ti aggredisce alle spalle catapultandoti direttamente in una situazione eticamente controversa, il che è immorale, cioè lui si autosciacalla cinicamente la sua posizione disgraziata facendo leva sul tuo senso di colpa, è una cosa di una perversione morale assurda, a pensarci, a maggior ragione considerando che, dopo ogni riga di vetro pulita che tirava con la spugna, mi guardava con un’espressione artefatta di sofferenza tipo cane rottame bastonato guarda come sono ridotto, espressione peraltro per niente adatta al suo aspetto fisico che era invece perfetto per fare il baldanzoso accoltellatore stupratore notturno. Io intanto urlavo “non lo voglio! non lo voglio!”, ma lui tirava una riga di vetro e mi faceva l’emoticon con le sopracciglia piangenti e diceva “grazie, amigo. grazie, amigo”, e più lui diceva “grazie amigo”, più io urlavo “non lo voglio!” e mi contorcevo nella rabbia di essere trascinato senza volere in una trappola che però avevo intuito benissimo; questo è il lato peggiore, cioè io avrei voluto dirgli “amico (amigo), tu pensi davvero che io mi senta in obbligo di darti i soldi soltanto perché ormai il mio parabrezza è per metà pulito e tu mi hai anche già ringraziato? No, oh, no. Hai capito male. Io sono Chinaski Settantasette, il noto cinico blogger, me ne strafrego di te e della tua stirpe di lavavetri d’accatto, me ne strafrego di quanto tu pensi che sia stringente il meccanismo logico dell’aver fatto il lavoro e dell’avermi già ringraziato prima ancora che ti abbia pagato, l’unico motivo per cui ora sto frugando nel portafogli scegliendo con cura le monete più piccole è che, se io non ti do niente, tu, non avendo morale né altro da perdere, potresti tranquillamente prendermi a calci la fiancata della macchina e io non ci penso nemmeno a scendere per farmi valere, mica voglio prendermi una coltellata per una questione di principio, non sono così stupido, perciò ora devo scegliere se darti trenta centesimi, che, figurati, non è per i trenta centesimi ma è per l’orgoglio di non perdere al giochino, o se non darteli e rischiare di avere cinquecento euro di danni, più l’incazzatura e tutto”. Ecco, questo è il discorso, ed è ovvio che lui lo sa benissimo.
Mentre tira le ultime righe, io, piede pronto sull’acceleratore, tengo un occhio al semaforo e spero. Le portiere le ho già chiuse, i finestrini sono su, deve solo scattare il merdosissimo verde e schizzo via come lo Scud che gli ha sbriciolato la casa, gli lascio due strisce di fiamme sull’asfalto, per farlo sentire per un secondo come se fosse tornato al suo paese, nel suo villaggio raso al suolo con le case di paglia e lo sterco di mucca dappertutto. Ma il verde non scatta. Il vetro è così pulito che mi vedo riflesso nel cristallino mendicabondo, perciò mi arrendo, abbasso il finestrino e subito si infila un tentacolo. L’istinto di tirar su il finestrino, incastrarlo, sgasare al massimo e trascinarlo per tre chilometri di centro, per il cavalcavia fin sul raccordo e per tutta l’A4 maciullandolo sotto le gomme è fortissimo, ma sarebbe – se non sbaglio - omicidio e, pur vincendo alla grande nel duello personale, perderei sotto un rispetto maggiore, perciò gli do trenta centesimi (perché non gliene ho dati cinque?) e lui mi dice l’ultimo “grazie, amigo” e io l’ultimo “non lo volevo!”, poi me ne vado con la macchina sporchissima ma il parabrezza pulito, consolandomi col fatto che almeno adesso ci vedo (nel pomeriggio piove).

Note: metodi di difesa da applicare in futuro.

1. Mettere dell’acido negli spruzzini e girare un gommino verso destra e uno verso sinistra, il lavavetri arriva e io gli spruzzo l’acido in faccia.

2. Dargli una monetina dopo essermela strofinata tra le chiappe non serve, il suo livello di sporcizia è tale che, per lui, sarebbe come dargli un sapone.

3. Dargli un panino, tanto lo rifiuta. Girare sempre con un panino al prosciutto nel cruscotto. “Hai fame? Vuoi i soldi per mangiare? Tieni, mangia. Adesso accosto, scendo e ti voglio vedere che mangi il mio panino e che non usi i miei trenta centesimi per la droga o per comprare armi. Perché? Perché sono un moralista? Ah ah: no. Per romperti il cazzo, solo per romperti il cazzo, amigo”. Ricordarsi di sputare nel panino (anche se la mia saliva per lui è Citrosil).

4. Scendere e picchiarlo. Chi se ne frega se le prendo, chi se ne frega se lo ammazzo, chi se ne frega se mi ferisco e mi prendo l’accattonismo. Mi hai tirato una secchiata d’acqua e sapone sulla macchina, figlio di puttana, adesso scendo e ti rispedisco a calci in culo in Pezzentistan.

5. Scendere, chiudere la macchina a chiave, guardarlo strano come a dire “che stai facendo?”, e andarmene prima che abbia finito. Ehi, io ho parcheggiato. Aspettami lì fino alle otto o lava il paramosche del motorino dei vigili che mi faranno la multa, Mr. Permesso di soggiorno.

6. Mettere delle lamette da barba nei tergicristalli. Aspettare che appoggi la mano sul parabrezza. Azionare i tergicristalli.

7. Mentre il parabrezza è schiumato e non mi vede, spogliarmi completamente nudo. Quando poi finisce e mette il naso dentro per i soldi, fargli l’occhiolino, passarmi sensualmente la lingua sulle labbra e dirgli “lavami anche il pistolino, cucciolo”.

8. Dirgli: “Grazie! Lavamela tutta. No, adesso me la lavi tutta, non me ne frega un cazzo del semaforo, lascia che suonino, tu hai creato questa situazione e tu adesso la risolvi, controllami anche l’olio e la pressione delle gomme e, quando hai finito, ‘prendi la cassetta del lustrascarpe’”.

9. Fregarmene. Lasciare che mi lavi il parabrezza, chiudere la centralizzata, piede sul pedale, aspettare il verde. Mi prende a calci la macchina? Chi se ne frega. Mentre lui mi prende a calci la macchina pensando di farmi un grande torto, ridere, ridere, ridergli in faccia a crepapelle, con una mano sulla pancia e indicandolo con l’indice dell’altra come una scimmietta, tirare su un cartello da sotto il sedile con scritto “non è mia la macchina, idiota!”, con sottotitoli in scimmiese.

10. Scendere e lavargli la faccia.
chinaski77 alle ore 11:21 | link |
venerdì, 23 ottobre 2009

Wu

Questo mese, su Wu magazine, contro il salutismo (io che sono salutista). Se non uscite mai di casa (e come darvi torto), potete leggerlo direttamente sul sito della rivista, qui.

chinaski77 alle ore 12:55 | link |
martedì, 20 ottobre 2009

Sabato 24 a Ferrara

Carissimi, vi scrivo per dirvi che sabato, alle ore 18, sarò a Ferrara alla libreria Il mercatino del libro e del fumetto a parlare (male) del libro, del blog e di quello che capita, e lo farò insieme a Livefast, Serendipity e, nascosti tra il pubblico, Smeriglia, La ragazza di Smeriglia ed Ema.
Durante la cosa, inoltre, Livefast mi farà delle domande, e io ho pensato che sarebbe divertente avere un lungo elenco di domande stupide, intelligenti, divertenti e originali, perciò, se vi viene in mente qualcosa che sarebbe stupido, divertente, intelligente e originale chiedermi e che possa innalzare la qualità della serata e/o della mia o vostra vita, potete scriverla qui nei commenti.
Per il resto, niente, ore 18, ci vediamo là.



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chinaski77 alle ore 09:43 | link | commenti (49)
venerdì, 16 ottobre 2009

Sistema di bilanciamento edonistico

La mia prima esperienza lavorativa che ricordi è stata quand’avevo sei anni. Mio nonno era in cortile con una montagna di pannocchie da pelare, tutte accatastate su una stuoia, e voleva che lo aiutassi. Volevo un bene dell’anima a quel nonno, mi ha insegnato lui alcune delle cose fondamentali sulla vita senza le quali non sarei il non-uomo che sono. Gli volevo un bene dell’anima ma ricordo ancora che quando ho intuito che la faccenda stava buttandosi in una possibile collaborazione gratuita basata su presunti doveri basati su presunti legami affettivi, mi sono guardato intorno cercando la via di fuga più vicina. Non darei tanta importanza a questa reazione se non fosse la stessa reazione che ho avuto anche in seguito, a dieci anni, e poi a dodici, a quindici, a venti, a trenta, anche adesso.
Siccome mio nonno era un tipo scaltro, però, un tipo che mi somigliava molto (mi somigliava geneticamente a priori, diciamo) e un tipo che non avrebbe mai angosciato il prossimo chiedendogli di fare qualcosa che, l’avessero chiesto a lui, l’avrebbe angosciato, ha colto il mio disagio (mi stavo arrampicando su un muretto) e mi ha proposto di aiutarlo con le pannocchie in cambio di una banconota da mille lire. Una banconota da mille lire significava venti giuggiole e questo deve aver mandato in cortocircuito il mio sistema di bilanciamento edonistico. Vale la pena pelare pannocchie per un intero pomeriggio per poi mangiarsi venti giuggiole all’ombra di un albero? Sì. Una volta. Due. Poi devi trovarti un altro modo per arrivare alle giuggiole, non c’è niente da fare, oppure rinunciare alle giuggiole per sempre.
È capitato di peggio anni dopo, quando mi sono fatto incastrare per la prima delle non so più quante volte da mio padre e dai suoi divani. Non me ne vorrà, sono bellissimi divani, però io non sono fatto per i divani così come non ero fatto per le pannocchie. Nella bottega di mio padre ho scoperto che, per il mio sistema di bilanciamento edonistico, una giornata di lavoro non valeva nemmeno ottocento giuggiole.
Siccome ero giovane, inesperto, imbranato e distratto, non mi venivano assegnati incarichi di responsabilità. Per gli altri che lavoravano là dentro io ero una persona qulasiasi – a parte che, essendo il figlio del capo, potevo punzecchiarli nella schiena con un manico di scopa senza essere pestato – perfettamente in grado di fare un lavoro qualsiasi, ma io e mio padre sapevamo bene che in realtà avrei potuto recidermi un braccio con un cacciavite, inchiodarmi la lingua a un asse con la pistola sparachiodi o uccidermi facendo esplodere uno dei suoi divani. Così, tutto quello che dovevo fare era infilare delle stanghette di legno nei telai, mettere una fascia e fissarla con quattro viti, infilare altre stanghette, mettere un’altra fascia, fissarla, ricominciare da capo e così via all’infinito. E non è un modo di dire.
All’inizio le cose sono andate bene: cominciavo alle otto e finivo a mezzogiorno; a mezzogiorno andavo a pranzo ma già su questo c’erano le prime storture, piccoli dettagli e piccole differenze che facevano capire che io non ero proprio della stessa pasta di mio padre. Ad esempio, io guardavo continuamente il grande orologio appeso alla parete, e questo non andava bene a quanto ho capito: se quando lavori guardi l’orologio o ti importa così tanto e così tanto spesso sapere che ore sono, vuol dire che tu non vai bene per quel lavoro e che non dovresti fare quel lavoro. Mio padre non porta l’orologio quando lavora e non chiede mai l’ora e, quando gli dici che ore sono, lui risponde sempre “eh, di già?!”, anche se è mezzanotte e lui sta lavorando dalle quattro del mattino e non ha ancora mangiato: eh, di già?! Smettere di lavorare lo stressa.
Perciò, la mia morbosa attenzione per l’ora la diceva lunga. Arrivavo al punto di sforzarmi di non guardare per un po’ il grande orologio, così quando l’avrei guardato sarebbe passato più tempo del tempo che, tenendo un ritmo costante nel guardarlo, era passato di solito.
Poi c’erano gli arrotondamenti. Per quanto mi riguardava si poteva cominciare a lavorare alle 8.04, perché in pratica erano le otto, ma, non fosse stato per certi imprevisti o certe situazioni particolari, nessuno mi avrebbe mai visto ancora in officina quattro minuti dopo mezzogiorno. O anche solo due secondi. Dalle 11.30 il mio corpo cominciava a diffondere piccole dosi di dopamina; alle 11.45 mi tornava il sorriso, la voglia di parlare e di scherzare, la progettualità, il battito cardiaco e la pressione; dalle 11.50 tutto veniva calcolato al millimetro per fare in modo che il mio corpo potesse essere oltre la soglia della bottega esattamente a mezzogiorno e un secondo (secondo altrimenti non retribuito) e a mezzogiorno e un secondo, tutte le volte, io ero dove dovevo essere e il lavoro era dove l’avevo lasciato.
Questo indispettiva mio padre e lui, gentilmente, non mancava di farmelo notare. Io non volevo deluderlo e dirgli che eravamo profondamente diversi, però non volevo nemmeno rimanere in officina dopo mezzogiorno, perché sapevo che rimanendo lì in orario non retribuito mi sarei sciolto come uno zombie, e dunque non dicevo niente e poi cercavo di calcolare tutto al millimetro per fare in modo che l’ultima vite dell’ultima fascia venisse fissata alle 12 meno il tempo esatto necessario a scendere dallo sgabello, posare l’avvitatore, togliere il telaio dal cavalletto, darsi un’occhiata intorno e percorrere la distanza tra il banco di lavoro e la porta d’uscita. Tuttavia, quando mio padre mi vedeva allontanarmi non risparmiava una battuta. La sua preferita era: “già stanco?”. Ma io ero stanco dalle 8.
Nel pomeriggio neanche tornavo, questi erano i patti. Il mio lavoro estivo adolescenziale per racimolare qualche soldo e responsabilizzarmi nelle spese e nella gestione del denaro e cominciare ad abituarmi al mondo del lavoro adulto prevedeva quattro ore al mattino per cinque giorni la settimana, non di più, anche se era già più di quanto potessi sopportare. Per riuscire a lavorare dovevo pensare continuamente al fatto che ogni minuto portava nelle mie tasche 83,33 lire, soldi che avrei dilapidato nel pomeriggio, in piscina o al bar con gli amici, e la sera, in piscina o al bar con gli amici. Mai fatto un bagno, peraltro. E comunque lo scarto tra la vita che il lavoro mi poteva procurare e il lavoro che dovevo fare per potermela permettere era troppo grande e dopo neanche un mese ero già lì immalinconito a infilare distrattamente stanghette di legno guardando il sole e gli uccellini liberi cinguettanti fuori in cortile.
Non ricordo come me la sono filata, quella volta. Di solito queste collaborazioni finivano nella maniera più imprevista, con qualche scusa o con un’influenza che poi diventava convalescenza che poi diventava vacanza. Una volta devo essermi fatto investire col motorino e un’altra volta mi sono fatto prendere a catenate nelle costole da quattro balordi e fino all’inizio della scuola alzare il braccio preposto al sollevare stanghette mi produceva un dolore invisibile, ma un dolore che mi potevo evocare e gestire a piacere.
Per mia fortuna, i tentativi miei e di mio padre di farmi essere come lui sono definitivamente terminati con la prevedibile e tragica anche se irreversibile mutilazione del sottoscritto. Ricordo molto bene il suo orgoglio nel promuovermi da semplice infilatore di stanghette a infilatore di stanghette e di guarnizioni. Secondo lui ero pronto per vedere aggiunta una mansione al mio repertorio e potevo scorgere benissimo nel suo sguardo le fantasticazioni su tutto il mio progresso tecnico e la mia gloriosa, inesorabile escalation nel mondo del lavoro: dalle stanghette alle guarnizioni, dalle guarnizioni al taglio, dal taglio al montaggio, dal montaggio al rivestimento, dal rivestimento ad aprire una catena di botteghe, da lì a diventare esattamente un suo clone e quindi, finalmente, fargli da involucro identico ma più giovane per permettergli di trasferire il cervello e continuare a lavorare per un altro secolo fino alla successiva trasmigrazione.
Ma quando ho visto il grosso rotolo di gomma lubrificata, ho capito subito che mi ci sarei involontariamente strozzato o ferito, anche se invece no, non è stata la gomma, è stato il punteruolo che serviva a pressarla. “Vedi”, mi ha detto lui, “si fa così”. “Capito, pa’”, gli ho detto io chiedendomi che ore fossero. Mentre si allonatava con un sorriso compiaciuto, io gli sorridevo e intanto cercavo di mostrarmi già esperto con la gomma e il punteruolo e tutto. Se non altro era un diversivo, perché già sentivo che con le stanghette e basta sarei diventato pazzo.
Infilare la gomma era immensamente facile. Venti minuti più tardi mi sono presentato da mio padre tenendomi una mano insanguinata e dicendogli “mi sono fatto male, pa’, vado a casa a medicarmi”, cercando di non svenire. “Vai pure”, mi ha detto lui, per nulla preoccupato dall’infortunio, ma sapendo che non mi avrebbe mai più rivisto là dentro.
chinaski77 alle ore 09:14 | link |
mercoledì, 14 ottobre 2009

Down with mansueti

Non sopporto chi dice A per dire B e se tu capisci che voleva dire B e gli rispondi a tono come se lui avesse effettivamente detto B per dire B, lui ti risponde, fintamente scandalizzato, “che cosa c’entra? Io ho solo detto A”. Non lo sopporto non perché mi dia fastidio il giochino in sé, ma perché mi dà fastidio che lui pensi che il giochino sia in qualche modo riuscito, che per farlo riuscire basti dire “che cosa c’entra? Io ho solo detto A”. Insomma mi dà fastidio il non riuscire a fargli capire che ho capito quello che sta facendo e che su di me non sortisce l’effetto da lui sperato. Come quando uno vuole farmi innervosire dicendomi “perché ti innervosisci?” anche se io non sono affatto nervoso, e allora però mi innervosisco non perché io fossi nervoso come pensa lui, ma perché mi fa innervosire il fatto che lui pensi che io sia così stupido da innervosirmi per il motivo che lui pensa mi abbia fatto innvervosire o se lui mi dice “perché ti innervosisci?” pensando che io sia nervoso quando invece non lo sono, e a quel punto però sono effettivamente nervoso ma non per il motivo che si crede lui, però lui vede che io sono nervoso e dunque pensa di avere la conferma al sospetto e alla speranza di avermi fatto e di farmi innervosire e dunque si esalta e ci sono altre common people lì intorno a dargli corda, tutte con la testa rimpinzata di fesserie come “l’unione fa la forza” o “la maggioranza”. Non lo sopporto, e non mi si venga a dire che lui in realtà ha capito tutto questo e che faceva parte di un piano, cioè che lui finge di credere che io mi sia innervosito per il motivo per il quale mostra di credere che io mi sia innervosito mentre sa benissimo che è il suo mostrarmi di crederlo a innervosirmi, che sarebbe un gioco di terzo livello, cioè un gioco semplicemente oltre le possibilità del suo common intelletto. Vorrei fargli sapere quanto è stupido e che sta sbagliando, ma è impossibile perché lui arriva fino a un primo livello e perciò dovrei abbassarmi io al suo e giocare al giochino di non farmi vedere nervoso che poi è l’unico modo di neutralizzarlo. L’altro è dargli un pugno e io penso che la vita da pacifista e non-violento alla fine non paghi, penso sinceramente che sia un errore, che i mansueti sbaglino a essere mansueti e che in questo modo lascino solo spazio ai prepotenti e agli arroganti, che potrebbero meritare rispetto per il fatto di esserlo se però non fossero quasi sempre anche dei formidabili cretini.
chinaski77 alle ore 08:11 | link |
domenica, 11 ottobre 2009

Enciclopedia essenziale dei finali

Il momento della mia morte non riesco proprio a immaginarlo e credo sia normale. A volte mi aggrappo a questa incapacità per darmi la speranza di essere diverso da tutti voi, cioè il fatto che voi stiate morendo come mosche intorno a me non significa necessariamente che anch’io morirò, io potrei essere davvero il perno del Tutto e quando morirò sarò morto e non potrò rendermi conto di non esserlo, perciò è come se lo fossi, quindi lo sono.
Quando dico che non riesco a immaginare il momento della mia morte non intendo dire che non penso a come potrei morire, anzi ci penso continuamente, la mia morte è il mio pensiero fisso e mentre io mi occupo delle normali faccende di tutti i giorni – fare il caffè, andare in macchina, parlare con la gente – una parte di me si occupa di prefigurarsi le nostre possibili morti – la caffettiera mi esplode in faccia, la macchina fora una gomma e deraglia, la persona con cui sto parlando impazzisce e mi strozza -  al fine di prevenirle; no, intendo dire che – è normale – non riesco a configurarlo immaginativamente, magari sto andando in macchina, ad esempio, e penso “metti che adesso esplode una gomma e tiro dritto alla curva, potrebbe succedere tra un secondo, sta succedendo adesso, ma in realtà non sta succedendo perché io sono ancora qui vivo a immaginarlo e mi rendo conto benissimo che la macchina è ancora in strada, se in realtà stesse succedendo io sarei impegnato negli ultimi e frenetici istanti di vita e la mia autocoscienza sarebbe coinvolta in un vortice rimescolato di percezioni differenti e indistinguibili e finirebbe per estinguersi e io non starei qui a immaginare niente, quindi finché immagino di morire sono vivo, immaginare la mia morte è la dimostrazione che non sto morendo”. Questo è quello che penso abitualmente quando vado in macchina o quando passo vicino a un ferro da stiro o a una caldaia: immagino come l’oggetto potrebbe uccidermi e, così facendo, non muoio.
Questo impulso a immaginarmi le morti è per l’appunto un impulso, non ci posso fare niente, e se chiedo a una persona “anche tu, girando la manopola di una caldaia, hai paura che esploda?” e lei mi risponde come spesso succede sgranando gli occhi e dicendo “eh? Perché mai dovrebbe esplodere?”, io non penso “ma allora forse sono strano io”, ma penso “assurdo”, perché a me sembra ovvio che una caldaia debba esplodere o sia sempre sul punto di esplodere, e ogni volta che devo andare a smanopolare la caldaia è come tagliare il filo verde o il filo rosso con la pinza. Ed è così per tutto il resto: caffettiere, ferri da stiro, pentole a pressione, pentole ordinarie, tegamini, televisori, automobili: io mi rapporto agli oggetti del mondo fenomenico per prima cosa sotto il profilo di come potrebbero uccidermi. Non è solo un problema con le esplosioni, ma con tutto quello che potrebbe effettivamente assumere una possibile configurazione ed uccidermi, dove l’almanacco ufficiale delle possibili configurazioni di uccisione del sottoscritto è di norma il telegiornale, con quei titoli che fino a un secondo prima sarebbero sembrati assurdi: ragazza muore fulminata mentre fa jogging con lettore mp3 sotto il diluvio; ragazzo muore soffocato da filo di mozzarella; pensionata accarezza cane che poi esplode. Dio buono, dal giorno in cui ho letto quella cosa del filo di mozzarella, ogni volta che per sbaglio il filo della mozzarella non si stacca immediatamente comincio a sudare freddo – gli altri commensali mangiano e ridono, ignari - mi guardo intorno, divento rosso e penso, seriamente, “ci siamo”.
L’escalation arriva poi ovviamente ai batteri, che hanno il pregio di essere invisibili. Magari nessuno mi nota, ma quando vado a fare pipì in un locale pubblico ho il problema che la catena di conservazione o ripristino dell’igiene è sgarrupata, perché io arrivo al bagno, tocco la maniglia ( + batteri), faccio pipì (+ batteri), vado a lavarmi le mani e tocco il rubinetto o il pulsante (+ batteri), ho le mani pulite (- batteri), ma bagnate, strappo il pezzettino di carta (+ batteri) e poi devo uscire e per farlo devo toccare la maniglia (+ batteri), perciò, per come la vedo, solo a questo punto dovrei lavarmi le mani e poi asciugarmele con un getto d’aria calda posizionato fuori dalla porta e azionabile mediante grida. Così, invece, una volta uscito penso che i batteri potrebbero facilmente arrivare alla bocca mentre sono distratto e dalla bocca scivolarmi dentro e uccidermi con una sepsi o che altro.
Fino al giorno in cui, da non credere, è intervenuto un concetto straordinario, anzi tre, esemplificati mirabilmente da un giovane medico incontrato per caso. Stavo mangiando una mela e c’erano anche Ema e questo suo collega. Naturale che, prima di mangiare una mela, io mi lavi le mani e anzi mi farei una doccia, perché per sbucciare una mela devi avere un rapporto sessuale con la mela e io non potrei sopportare di farlo in uno stato di pulizia precaria. Mentre sto tagliando la mela, un pezzetto mi scivola dalle mani e mi cade per terra. “Andato”, dico, e mi rassegno, ma il giovane medico mi guarda, divertito, raccoglie da terra il pezzetto di mela e – oh, mio Dio – se lo mangia. Io fingo di essere uno che nella vita ha visto tutto.
“Essere un medico non ti rende immune ai batteri, te l’hanno spiegato?”, gli dico con distacco ironico, ma dentro mi immagino le scarpe che nei secoli hanno calpestato l’inferno delle strade delle particelle delle feci dei cani morti, e inorridisco.
Lui, però, mastica e sorride e, mentre Ema annuisce come a dire “è risaputo”, mi esemplifica.
Concetto uno, la carica batterica: se anche sulla mela si fosse depositato il clostridium mortis horribilis, o se tu decidessi di mangiare deliberatamente delle salmonelle, dovresti comunque superare la carica minima infettante, ma – concetto due - sul pavimento non si trovano patogeni gastrointestinali, ci trovi invece il tetano, però mangiare la mela caduta sul pavimento non fa niente, perché mangiarlo non è come iniettarselo nel sangue. “Come sarebbe?”, gli dico, “io non vedo differenza tra mangiare una cosa e iniettarsela direttamente in vena”. “Ma sì, invece, perché” – occhio, concetto tre in arrivo – “l’intestino è esterno”.
L’intestino è esterno, capito? Uno pensa di essere compatto, cioè di essere delimitato e differenziato dal mondo esterno dalle braccia, le gambe, i capelli, di essere una specie di chiuso separato ambulante, e invece ora scopro che c’è questa specie di tunnel che ci attraversa, un tunnel nel quale passa la roba dalla quale prendiamo questa molecola o quell’altra e che nel mezzo ha sostanzialmente aria, è Mondo e non è nostro, è un’area pubblica, insomma, se ci fosse abbastanza spazio potresti metterci una sedia o una panchina, e io trovo tutto ciò meravigliosamente affascinante e disgustoso al tempo stesso e mentre provo a immaginarlo mi sento esattamente come l’immagine che mi serve per capirlo, cioè un calzino rivoltato all’indentro.
(p.s. non fate a casa quella cosa della mela sul pavimento, se volete il mio consiglio).
chinaski77 alle ore 10:10 | link |
mercoledì, 07 ottobre 2009

It's a long way to vagina

C’era questa ragazza che era una mia compagna di classe del liceo e che io amavo con tutto il cuore dal profondo del mio cuore di sedicenne. L’avevo tampinata per tutta l’estate, con pazienza e infinito amore, tutte le mattine prendevo il motorino e mi facevo venti chilometri per andare a casa sua a portarle le brioche fragranti ancora calde per la colazione. Adesso, a ripensarci, mi vengono i brividi. Dio, le brioche per la colazione, che razza di perdente. Eppure al tempo mi sembrava una cosa dolce, anche lei diceva che era una cosa dolce, ma nonostante questo non c’era verso di arrivare alla sua vagina.
“In che cosa sbaglio?”, mi chiedevo. Forse era la marmellata. Forse dovevo lasciar perdere l’albicocca e provare con la ciliegia. O prenderle direttamente dei biscotti, del gelato, frutta fresca. Che razza di stupido sfigato senza speranza: non mi passava neanche per la mente che avrei avuto molte più possibilità restandomene a letto a dormire e dimenticandomi non solo di portarle la colazione, ma di lei, della sua casa, della strada per arrivarci e del fatto che avesse un apparato digerente. Ma come si fa ad essere maturi a sedici anni?
Spesso le brioche rimanevano dentro il sacchetto al centro del tavolo. Le mangerà più tardi, mi dicevo. Una volta le ho trovate, tre giorni dopo, sempre dentro il sacchetto ma sul terrazzo, per terra, vicino alle borse dell’immondizia. La cosa mi aveva ferito di una ferita che sanguina ancora. Che cosa avrei dovuto fare? Chiaro: andare a prendere le brioche ammuffite da tra giorni, prendere lei per un braccio, portarla al tavolo, farle un cappuccino freddo, metterle davanti una brioche spazzolando via tutte le formiche e dirle “ora tu mangi le tre brioche che io ti ho portato con tanto amore, altrimenti, te lo giuro, è l’ultima volta che mi vedi”. Lei avrebbe pensato “non dice sul serio. Non potrebbe mai rinunciare a me, in fondo lui è il mio povero, sfigato, idiotissimo zerbino domestico”, e dunque mi avrebbe risposto “ah ah… no, dai!”, sbattendo le ciglia e irrorando gli occhietti di liquido seduttore, e allora io non avrei dovuto fare altro che spingere con un dito una brioche verso di lei e dire “mangia. La cazzo. Di brioche”.
E basta, tutto qui.
Lei non le avrebbe mangiate, figurarsi, ma io me ne sarei potuto andare con il mio orgoglio ripristinato, intatto, anzi un orgoglio nuovo, e il giorno dopo avrei raccontato tutto a scuola e sarei diventato l’idolo dei maschi e l’idolo delle femmine, compresa lei, e lei mi sarebbe venuta a cercare, poco dopo, e io allora le avrei detto molto chiaramente “senti, qui si parla di amore ma fondamentalmente anche di scopare” e lì si sarebbe definitivamente decisa la questione e, visto che alla fine non me la sono fatta, probabilmente me la sarei fatta, oppure non c’era verso di farsela e allora meglio lasciar perdere e cominciare a perdere tempo appresso a un’altra.
Invece ho guardato le brioche abbandonate sul terrazzo con le formiche che ne prendevano dei piccoli frammenti, mi guardavano e mi facevano segno di “ok!” con le minuscole ditine filiformi che solo io riuscivo a immaginare come per dirmi “sono buonissime, porco mondo, sei davvero un tesoro, grazie”, e non le ho detto niente e, uno direbbe, almeno hai smesso di portargliele? Certo. Però ho cominciato a portarle altre cose e solo molto tempo dopo ho capito che lei faceva colazione con una tazza di caffè e delle amfetamine.
Ma, nella mia torbida visione della vita, stavo facendo strada, accumulando punti, macinando chilometri. Ogni brioche era un punto-vagina. Non dire niente e amarla comunque nonostante le brioche abbandonate sul terrazzo preda delle formiche, un altro punto-vagina. Accompagnarla alla fermata dell’autobus tutti i giorni e a volte spendere un capitale in miscela rischiando multe, botte e la vita per accompagnarla direttamente fino a casa, dieci punti-vagina. Dirle “andiamo in piscina?” e sentirsi rispondere “non ho il costume” e dire “aspetta qui” e andare a comprarle costume, telo da bagno, tappa-naso, pinne e bombola per le immersioni, tornare e suonare il campanello e sentirsi dire da sua madre che “è uscita con Pietro” e non avere la più pallida idea di chi cazzo possa essere Pietro ma nonostante tutto non dire niente, non lamentarsi, non suicidarsi sparandosi nei polmoni tutta la bombola d’ossigeno d’un fiato e invece tornare a casa per penitenza camminando all’indietro con le pinne sotto la canicola lungo la pista ciclabile che fiancheggia la statale dove passano di continuo tutti gli abitanti che entrano ed escono dal paese, mille punti-vagina.
Quanti punti occorressero per ritirare la vagina-premio, non l’ho mai scoperto. Forse un miliardo. O, con tutta probabilità, quelli non erano punti-vagina, erano punti zerbino, solo dei fottuti, inutili, mortificanti punti zerbino. Il premio era raggiungere il comprendonio.
chinaski77 alle ore 11:14 | link | commenti (91)
martedì, 06 ottobre 2009

Badile

Guardavo il telegiornale, a pranzo. Di spalle, ma lo guardavo. Dentro il telegiornale c’era questo giornalista che si arrampicava sulle macerie di detriti di gente morta e, al solito, intervistava detriti di gente viva che piangeva. Non provo niente. Per un attimo mi immedesimo e provo terrore ma subito dopo non provo niente di fronte a una persona che ha perso tutto e che piange e questo mi sembra orribile, mi sento orribile, mi sento in colpa, ma subito dopo capisco che la colpa non è mia, è del giornalista, di tutti questi milioni di giornalisti che si arrampicano come formichine laboriose sulla disgrazia, che pungolano i parenti della vittima, il fratello, la madre, il figlio, la vittima stessa, lì a punzecchiarla col microfono nelle costole a dirgli cosa prova, cosa si prova a essere morti, cosa si prova a essere vivi quel tanto da desiderare di essere morti. Sì, la colpa è loro, non mia, io una sensibilità ce l’ho, ce l’avevo, ce l’ho sempre avuta,  potrei anche averla, un giorno o l’altro mi potrebbe venire la sensibilità improvvisa per il mio prossimo e non sarà certo un giornalista a… ok, non ce l’ho, ma il fatto che io non abbia sensibilità non autorizza il giornalista a degradare una cosa pura come il dolore della gente. Il dolore andrebbe filmato, fotografato, se uno vuole. E zitto. Il giornalista deve documentare, commentare, ma non deve intervistare la persona che piange così come non intervisterebbe un leone. È uno spettacolo brutto intervistare la gente che soffre, questo volevo dire. Brutto. Esteticamente. Le persone che sono lì a guardare la propria casa spazzata via da un terremoto o da un torrente avrebbero il diritto di prendere il giornalista e infilarlo dentro una maceria di fango, aggiornando il conteggio delle vittime di uno; avrebbero il diritto ma non lo fanno, perché è gente disperata e vulnerabile, in quel momento lì vorresti consolazione, persone che ti stiano intorno, non ti è rimasto altro, e sei confuso al punto da pensare che il giornalista compassionevole col microfono sia tuo amico, scambi il suo interesse per calore umano e invece, direbbe lui, è solo il suo cazzo di lavoro. Va benissimo. Io, veramente, sarei lì col fucile e sparerei a tutti quelli che mi si avvicinano senza avere tra le mani un badile o un secchio, ma sarà che sono misantropo. Ma non lo sai mai come reagisci e poi a tutti sembra normale, il giornalista che ti si infila nelle pieghe del dolore e si approfitta di te e ti rende complice dello scempio delle tue sventure, come quando, mi ricordo, Maurizio Costanzo ha preso un sopravvissuto di Auschwitz che ad Auschwitz aveva perso il papà, la sorella e la mamma e il cane e cinquant’anni dopo l’ha preso e l’ha messo nel piazzale dove cinquant’anni prima avevano fatto le divisioni tra quelli che sarebbero sopravvissuti ancora un po’ e quelli che sarebbero finiti bruciati subito nei forni e, siccome la sua mamma e il suo papà erano tra questi, Maurizio Costanzo gli ha fatto leggere una lettera che il tizio aveva scritto e, vedendolo un po’ scosso ma tutto sommato ancora in piedi gli ha detto, giuro, “cosa prova, adesso? Se vuole piangere, pianga”. Che son cose che mi fanno pensare a come risponderebbe un giornalista se, appena uscito dal medico dopo che il medico gli ha detto che dalle lastre sembra esserci qualcosa di brutto al polmone sinistro, tu gli dicessi: “Allora, sembra che abbia un tumore. Che cosa prova? Quarantasei anni non sono pochi per avere un tumore? Ci dica. A me sembrano pochi. A sua moglie lo dirà? Ha già deciso? Non le spiace lasciarla? Non prova nostalgia? Se vuole piangere, pianga. Ecco, si sfoghi, su, prenda la mia pistola”.
Mentre ero lì e mangiavo e vedevo (sentivo) questo spettacolo, ho pensato che, non so, io non sono sensibile ma non vado a importunare le persone, specie quelle disperate che se la devono vedere con le tragedie. E ho pensato che, anche se il giornalista fa solo il suo lavoro, beh, potrebbe farlo meglio, ad esempio la televisione potrebbe piantarla di dare da mangiare a tutti quegli spettatori sciacalli che si nutrono del dolore della gente, del sentimento miserabile di godere del fatto di non essere in quella situazione o non so che cosa stimoli il loro interesse per la gente morta che piange.
chinaski77 alle ore 14:20 | link |
domenica, 04 ottobre 2009

!

mba09Come diventare il mio cane ha vinto il premio come miglior blog letterario ai Macchianera Blog Awards. In proposito volevo dire tre cose: primo, che il grazioso ometto che ieri alla Blogfest è salito sul palco a ritirare il premio non ero io ma il mio inconsapevole e non-retribuito agente Livefast; secondo, che riuscire a ottenere la mia statuetta (ok, è un fantasma) mi costerà una cena di astice dei famosi asticeti piacentini; terzo, grazie davvero, anche io vi amo come voi avete amato me.
chinaski77 alle ore 10:30 | link |
giovedì, 01 ottobre 2009

Appunti per futuri capolavori, vol. 1

1. Un libro su Jisus ci vuole. Gliel’ho anche detto e lei, figurarsi, l’ha presa bene. “Potresti sentirti un po’ derisa, lo sai?”. Macché, niente, neanche una piega, mamma fino al midollo: “Qualunque cosa, se può servirti ad avere successo”. Gesù santissimo. Potresti staccarle le gambe e prenderla a calci e lei si staccherebbe le braccia per applaudirti (un tempo anch'io ero così).
Una parte consistente del libro sarà dedicata alla meticolosa produzione di inetti. I genitori non invecchiano, chiaro. Penso ad esempio a quando io ero piccolo, quando l’Italia ha vinto i mondiali nel 1982, ad esempio, che i miei me li ricordo come sono adesso, tali e quali, e invece, facendo i dovuti conti, avevano trent’anni, Jisus aveva trent’anni precisi, cioè era più giovane di me, che deve essere un qualche tipo di casino o paradosso spazio-temporale di quelli che si vedono nei film, perché non è possibile che mia madre, qualsiasi età abbia mai avuto nella sua vita, sia mai stata più giovane di come posso essere stato io in un qualche momento della mia. Madri e padri non sono mai stati giovani e non invecchiano, questo è un fatto.
Ma se i genitori non invecchiano, è anche vero che, con ogni probabilità, nemmeno i figli. Nel 1982 ci stava che Jisus mi ricordasse di mettere il golfino, avevo cinque anni. Adesso che ne ho trentadue no, ma lei me lo dice lo stesso. E anche il golfino è lo stesso, grande come un francobollo. Se dici di mettere il golfino a uno di trentadue anni, penso che dovrebbe esploderti istantaneamente davanti agli occhi. Golfino, bum. Sciarpina, bum. E così via. Visceri e sangue dappertutto, lei lì pronta a raccattare il bordello, impassibile, un brodo caldo e sei a posto.
Il fatto è che è inutile dirlo ed è impossibile fermarla. Jisus non molla. Anche se te ne vai di casa, per lei tu sei e resterai per sempre il più adorabile degli handicappati. Lo dico ai giovani adorabili handicappati sperduti là fuori, so che siete interi eserciti, voi diciannovenni tutta mamma, playstation, cocaina e cibernetiche masturbazioni. Occhio. So che è meraviglioso quando torni a casa alle quattro di notte, sbronzo marcio, pisci sul pavimento, vomiti nel gatto, lanci pallottole di vestiti nella vasca da bagno e vai a dormire e il giorno dopo ti alzi e il bagno è pulito, i vestiti sono lavati, stirati e indossati come nuovi e davanti a te c’è la colazione già pronta e masticata solo da inghiottire e il gatto è diventato un cane. È meraviglioso, sì, però occhio, davvero.

2. Pensavo anche a un bel libro sul non fare un cazzo dalla mattina alla sera. Proprio così. Qui però entriamo nella manualistica. Ogni tanto salta fuori qualcuno che dice “non so proprio come si faccia a non fare un cazzo dalla mattina alla sera”. Davvero? Pronti. Ecco un libro per spiegarglielo (è molto meno facile di quel che sembra, si sta parlando di riempire una vita intera fatta di intere giornate di ventiquattr’ore senza mai annoiarsi, è roba per eletti). Mentre ero lì che mi crogiolavo nel pensiero di scriverlo (ma senza farlo davvero), ecco che arriva Woland (vi ricordate di Woland? No? è normale) e dice “nel trovare buffi succedanei del non fare un cazzo, credo sinceramente che tu sia il migliore della galassia”. La cosa mi ha lusingato molto ma non solo, la cosa è anche un bellissimo titolo: Buffi succedanei del non fare un cazzo. Vi piace? Nessun editore lo accetterà mai, perciò serve una raccolta di firme, come quella per la libertà di stampa, però più selettiva. Dentro ci andranno tutti i segreti di una vita veramente inutile: come non trovare lavoro, come non lavorare se per disgrazia trovi un lavoro, come settare una monoposto virtuale di Formula Uno, ecc. Penso che là fuori ci siano milioni di giovani che hanno bisogno di qualcuno che li sostenga nella completa e sistematica distruzione della loro vita. Eccomi qua. L’utile è inutile, ragazzi, non fatevi fottere.

3. Un libercolo, 100 pagine non di più, prezzo 5 euro non di più, su come vincere la paura di volare, da vendere principalmente negli aeroporti. Titolo: Come dirottare un aereo di linea. O Aeropoli, devo ancora pensarci. Questo è un libro utile, invece: cioè io voglio davvero fare qualcosa per tutte quelle persone che, come me, mentre volano strizzano un occhio per controllare con l’altro se il bordo del finestrino rispetto alle nuvole sta o non sta scendendo. Secondo una certa stima il 60% dei passeggeri ha paura di volare e io sono quasi sicuro che il restante 40% menta, perciò qui abbiamo un mercato potenziale notevole. Non lo scriverò mai.

4. La storia del mio fidanzamento con Ema, i Pinochet, gli ostacoli, lo scontro Nord-Sud, la piadina sicula, l’amore che trionfa.
Se fossi veramente un uomo libero con una mente libera, lo scriverei. È venti giorni che giro attorno al tavolo immaginando quello che ci metterò dentro (buffo succedaneo) e però non ho il coraggio di cominciare, questo perché so benissimo che, dovessi mai cominciare e poi finire, è un libro che non potrà vedere la luce prima del 2059. Allora uno perde un po’ di entusiasmo e pensa a qualcosa di meno impegnativo. Tipo il libro su Jisus, che puoi dire veramente tutto e sai che la prenderà benissimo, perché ha un’anima leggera, quella donna, adesso ho capito da chi ho preso la mia indole follemente spensierata (ma ansiosa).

5. Il libro segreto con la storia segreta. Questo lo scriverò solo quando sarò così famoso da poter vivere solo dei libri che scrivo, chiuso in una torre con il bastone e il mantello, Ema che mi fa da moglie barra segretaria e rifiuta per me gli inviti al Maurizio Costanzo.
chinaski77 alle ore 07:09 | link | commenti (66)
martedì, 29 settembre 2009

Ferrara

Lo dirò anche più avanti ma intanto comincio a dirlo adesso: sabato 24 ottobre, alle ore 18, sarò alla libreria Il mercatino del libro e del fumetto, a Ferrara (qui), per presentare il libro. A darmi una mano ci saranno Livefast (relatore), Serendipity (vocals), Smeriglia (claque), la ragazza di Smeriglia (correzione bozze), Ema (medical care) e Ristorantopoli (nella parte di se stesso).
Alla fine della presentazione firmerò autografi ed effettuerò guarigioni.
chinaski77 alle ore 08:19 | link |
venerdì, 25 settembre 2009

La rabbia che viene dalla fame

Una cosa che non capirò mai del calcio è perché ci sono alcune incontrovertibili regole non scritte che gli devi andare incontro come si va incontro alla morte. Ad esempio ogni volta che la Juve va a Genova a giocare contro il Genoa, da vent’anni a questa parte, ci prendono a pallonate. Anche quando ha vinto, anche quando pareggia, figuriamoci quando perde. Non è questione del risultato, è proprio qualcosa di intrinseco al Genoa o al suo campo o al suo gioco. Il fatto è che il Genoa corre di più, pressa di più, crossa meglio, tira meglio. I giocatori della Juve, se tirano a Genova contro il Genoa, o non prendono la porta, o se la prendono non tirano tiri ma esalazioni; quelli del Genoa possono tirare da qualsiasi posizione, con qualsiasi giocatore, prendono sempre la porta e sono sempre fucilate. Uno che è tifoso della Juve e che vede Felipe Melo pagato non so quanti milioni di euro tirare un peto sbilenco che finisce alla bandierina del calcio d’angolo, cosa deve pensare quando il classico giocatore sconosciuto pescato nel Campionato nazionale dilettanti, uno dal nome proletario mai sentito come ad esempio Calzetti o Bodrighi, arriva dalle retrovie a centosessanta all’ora e tira di sinistro che non è il suo piede in controbalzo senza guardare e butta giù porta e portiere? Cosa deve pensare? A parte le bestemmie, dico.
Io Genoa-Juventus non la guarderei nemmeno più. In pratica capisco quando è l’anno buono da come la Juve gioca a Genova. L’anno scorso c’era poco da capire, eravamo putridi e abbiamo perso. Quest’anno si vede che la Juve farà il suo buon campionato piazzandosi appena dietro l’Inter e appena sopra l’Albinoleffe, posso anche smettere di guardare le partite.
Poi. Quelli del Genoa giocano in un modo semplice ma assurdo. Perché non gioca così anche la Juventus? Lo capisce anche un bambino: loro stanno in quattro sulla fascia sinistra, in quattro sulla fascia destra e vengono giù al chiodo con la palla tutti assieme, con sei o sette palle, in mezzo c’è la punta più i quattro dell’altra fascia che convergono, uno lo lasciano dietro nel caso la Juve prenda il pallone ma tanto non lo prende mai e se lo prende è Poulsen che si marca da solo ed è rapido come il mio divano. Un due tre tocchi, cross, colpo di testa (una sassata, sempre, quelli della Juve solo campanili), palo, miracolo, fuori di un soffio o gol. E ogni volta un boato, ogni volta si esaltano, e tu sai che dopo andrà sempre peggio. Vorresti essere uno di loro. Io ieri sera avrei voluto essere uno del Genoa allo stadio del Genoa, mentre quasi mai voglio essere uno della Juve allo stadio della Juve.
Comunque mentre guardavo questi invasati che ci masticavano la testa dalla rabbia, pensavo: perché non giochiamo anche noi così? Perché se noi prendiamo Milanetto sono sicuro qui dove sono che fa completamente schifo, mentre se noi diamo al Genoa Poulsen, tempo due mesi e diventa Socrates? Perché? Gli danno le bombe? Non credo. Sarà l’aria del mare. Tra l’altro nel Genoa giocano: Sculli, Criscito, Palladino, Milanetto, avrò dimenticato qualcuno, comunque è la Juve F, gli scarti degli scarti delle riserve della primavera del 1980. Me lo ricordo Criscito alla Juve, se lo ricorda bene anche Totti. Adesso è in nazionale.
Infine, il Genoa corre. Corre veramente tanto. Perché i nostri non corrono? Ho persino pensato che fosse il campo in discesa, ma poi nel secondo tempo corrono uguale. Ah, nel secondo tempo tirano il fiato, però segnano lo stesso. Comunque ti aspetti che corra un po’ l’una e un po’ l’altra squadra, no? No. Corrono solo loro. Corrono, poi tirano il fiato, poi corrono di nuovo. Tu non corri mai. I giocatori della Juve vanno piano per contratto, non so, forse è uno schema. Tu dici: sarà merito dell’allenatore del Genoa, Gasperini. Io sono convinto che se prendi Gasperini e lo porti alla Juve, finisce a schifio. Tra l’altro, sembra uno scherzo, alla Juve c’era già, anche lui: allenava la primavera. Ma riportarlo a Torino non servirebbe a niente, i casi sono due: o farebbe giocare la Juve in un modo più consono al blasone dei giocatori a sua disposizione, cioè male, oppure proverebbe a farli giocare come il Genoa, cioè quattro su una fascia e quattro sull’altra, e così prenderebbe sempre gol al centro. La Juve di Gasperini andrebbe a giocare col Genoa di Torricelli e prenderebbe novanta minuti di schiaffi, ho visto troppe partite della Juve per non saperlo: gli allenatori non servono a niente.
Come Cuper, vi ricordate? Il Valencia di Cuper andava a duemila allora, le italiane hanno preso delle bambole a Valencia che ce le ricordiamo ancora oggi, allora l’Inter ha preso Cuper e il risultato è il 5 maggio.
Perciò: non è l’allenatore, non sono i giocatori, non è il campo in discesa, non sono le bombe. Non venitemi a dire che è il tifo, altrimenti il Napoli avrebbe vinto gli ultimi cento scudetti. Forse è lo stadio piccolo, all’inglese, non so. Ecco, vedere Genoa-Juve è come quando vai in Inghilterra, che ti devi fare il segno della croce perché sai che ti prenderanno a pallate.
Sì, allora è lo stadio, non c’è altra spiegazione, anche se io avrei avuto una spiegazione più bella e una conseguente proposta più affascinante, ma la smonti subito e dunque non va bene. Però, lo dico tanto per dire, a me era venuta l’idea che fosse per via dei soldi, cioè secondo me se i calciatori guadagnassero 1.500 euro al mese e rischiassero di perdere il posto di lavoro e venissero pagati solo se giocano, secondo me correrebbero come se avessero un gatto vivo nel culo (uhm, il gatto è un’idea). Io farei così, metterei un tetto agli stipendi dei calciatori di 1.500 euro. Sciopero? Non vogliono più farlo? Ah! Lo facciamo noi. Andiamo noi a giocare, non ce ne frega veramente niente. Vedi che alla fine giocano lo stesso, anche perché hanno la prima elementare, dove vuoi che vadano? Così, invece di avere dei Genoa-Juve, avremmo dei Genoa-Genoa, solo Genoa-Genoa, che però valgono lo scudetto, sarebbe il massimo. Altrimenti drogateli, non so, così vanno troppo piano.
chinaski77 alle ore 08:51 | link | commenti (83)

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