Blogger di culto
Rendo grazie a Luca Bonora che sul nuovo numero di Qui Touring ha recensito Ristorantopoli con toni più che lusinghieri. Ora i 350.000 abbonati alla rivista non potranno fare altro che comprare una copia del libro, saltare sul loro camper e partire alla volta di questa fantomatica città.
[clicca per]
Nel frattempo continuano ad arrivare copertine per
L'uomo spiegato alle donne. Lo stesso
Livefast, che evidentemente vuole pagarsi una cena in compagnia di se stesso in quel di Bologna (ma non è assurdo prendere un treno per andare a incontrarsi?), ne ha realizzate due, che vi mostro per la loro mortificante bellezza:
So che è difficile fare di meglio, ma so anche che ci riuscirete.
Ah, ho avuto anche un'altra notevole idea, cioè raccogliere... com'è che era? Un attimo che vado a rileggere... ah, ok, raccogliere copertine e tutto quanto in un blog apposito, che è questo:
La copertina spiegata alle donne
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chinaski77
alle ore 09:35 |
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L'uomo spiegato alle donne - Copertine, primi arrivi
Cliccando sul bambolotto potete ammirare le prime copertine e
qui potete dire cosa ne pensate.
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chinaski77
alle ore 18:03 |
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L’uomo spiegato alle donne - Concorso
L’uomo spiegato alle donne?
Già.
Sto scrivendo un altro libro, che uscirà in un prossimo futuro, ma tenete presente che nel frattempo devo prendere aerei, guidare macchine, frullare frullati, quindi se poi non esce nessun libro ci siamo capiti.
Il libro si intitolerà
L’uomo spiegato alle donne. E che uomo, mi viene da aggiungere.
La copertina, invece, da un’idea del solito Livefast e in accordo con il gentile editore, si è pensato di farla disegnare a chiunque voglia cimentarsi. Senza impegno, nel senso che non ci sarà un vincitore per forza, ma io sono più che ottimista. Senza premi in denaro, concessioni edilizie, posti in parlamento o che altro, ma un solo unico premio di inestimabile valore.
I dettagli sono
qui. Fatemi sapere.
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chinaski77
alle ore 15:51 |
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No, prego
Resto al novantanove percento (se ne va). Al novantanove virgola novantanove percento (se ne va). Al novantanove virgola novantanove virgola novantanove percento (se ne va). Resto al cento percento (se ne va). Resto (se ne va). Forse me ne vado (se ne va). Forse me ne vado al mille percento. Al mille per mille. Al duemila per mille. È incedibile. Incedibilissimo. Ho un contratto fino al 2030 che rinnovo tutti i giorni quindi non vedo dove sia il problema. Insomma, (si ferma a metà della scaletta dell’aereo) basta con questa storia! Carletto non si tocca. Guai a chi mi tocca Carletto. Io e Carletto sentiamo queste voci e ridiamo. Kakà? Ah! Kakà. Come osate parlare di Kakà. Kakà resta. Sì, resta. Non ho mai detto che resta. L’ho detto? Non l’ho detto. Non ho mai detto che non l’ho detto (gli fanno vedere la registrazione). Non sono io. Non sei tu. Non è una registrazione. Preghiamo. Siete davvero seccanti con questa storia della realtà. Io ti ordino di diventare un coniglio! (non succede nulla). Sentite, vi ho detto che è incedibile. Kakà è il Milan. Carletto è il Milan. Pato è il Milan. Io sono il Milan (se ne vanno tutti). Mi sento l’allenatore del prossimo anno al cento percento (lo licenziano adesso). Non ci interessa (mentre gli fa un’ecocardio). Costa troppo (mentre esce dallo stadio a bordo di un panfilo installato su un rimorchio trainato da un cacciabombardiere dell’esercito). Sono incedibile (mentre palleggia davanti ai fotografi spagnoli). Non volevo andarmene ma non è colpa mia e non è colpa della società che mi ha venduto e non è colpa di quella che mi ha comprato, non è colpa di nessuno, nessuno voleva che accadesse questa tragedia, sono cose che capitano, sono scivolato su una buccia di banana e cadendo mi sono aggrappato a una penna e ho tirato una riga su un contratto di novantanove milioni di euro, tutto qui. Ma non è per i soldi. Non è mai per i soldi. Come osi pensare che sia per i soldi? Io appartengo a Gesù (Gesù l’ha ceduto nella notte allo Shaktar Donetzk). Al Milan devo tutto, ho pianto, giuro, ieri mi è uscita una lacrima dal sedere mentre defecavo sopra Milano mentre ero sul volo charter diretto al Bernabeu. Non dimenticherò mai i tifosi di quella squadra di prima. Quando le segnerò una tripletta non esulterò. È il codice d’onore di noi calciatori. Sono un professionista. Non bacerò la maglia. È un gesto istintivo. Mi stavo asciugando la bocca. Voglio diventare il capitano del Milan e chiudere la carriera qui. Voglio invecchiare al Milan. Non è per i soldi. È che sono uno che ha bisogno di stimoli ed è solo un caso che mi stimolino i soldi. Ma è per gli stimoli. Io volevo rimanere a giocare in serie B contro il Crotone. La serie B è l’unico trofeo che mi manca. Era nei miei obiettivi: campionato, champions, mondiale, pallone d’oro, battere il Crotone.
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chinaski77
alle ore 16:59 |
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Chinaski non deve morire
[Emilia (an)alcolica, vol.1]
Devo prendere il treno per Bologna alle 15.04. Arrivo in stazione, guardo il tabellone, lo vedo: 15.04, Bologna, regionale, binario 5. Una persona normale andrebbe a fare il biglietto e poi andrebbe al binario 5, c’è già il treno che aspetta, venti minuti prima, sale e si siede.
No.
Tiro fuori il fogliettino che ho in tasca e controllo, 15.04 – Bologna – regionale, poi guardo il tabellone per accertarmi che combacino, 15.04, Bologna, regionale, guardo il bigliettino, il tabellone, combaciano, allora guardo il binario, 5, alzo il foglio, chiudo un occhio e uso il filo del foglio come righello per assicurarmi che binario 5 sia effettivamente sulla stessa riga di 15.04, Bologna, regionale. Lo è. È lui. Lo faccio. Combaciano.
Provo una deviata sensazione di benessere nel ritrovare il treno nelle opzioni della biglietteria automatica (ma allora esiste davvero, e allora esisto anch’io, e sto per prenderlo). Già mi ci sono affezionato. Bologna, regionale, 15.04. Gli altri treni nemmeno li guardo. Voglio effettuare una donazione a Telethon, mi chiede la cortese macchina? No, no, grazie, nessuna donazione del cazzo, dammi solo il mio Bologna, regionale, 15.04.
Prima di andare al binario 5 ricontrollo il tabellone, si sa mai. Cosa potrei vedere? Che so. Bologna, regionale, 15.04, binario 5, partito. 15 binari di ritardo. Cucina letto. Chinaski, Chinaski caro, non prenderlo.
Invece è ancora lì. Ricontrollo, ultima volta: binario 5, senza dubbio.
Arrivato al binario 5, c’è il treno. Uno sarebbe contento perché può salire e sedersi, e in effetti sono contento, sempre meglio che star lì ad aspettare e pensare per quindici minuti che potrebbe non arrivare o potrebbe arrivare e non fermarsi mai del tutto e dovresti prenderlo in corsa, finiresti per cadere, tutti giù a ridere, a ridere come matti, i controllori e i passeggeri e i mendicanti con le mani sulla pancia a ridere a crepapelle. Ci è costato due milioni di euro questo scherzo, Chinaski!
Ma io non sono contento. Il treno è lì, sì, ma è ovvio che se salgo lui parte e mi porta non a Bologna ma a Bolzano, dove ci sarà una delegazione di bolzanini pronti a picchiarmi e a prendermi a calci con i racchettoni da neve. Mi immagino Bolzano con la neve e Kathy Bates che mi porta nella sua baita e mi lega al letto perché sono il suo blogger preferito. Mi sento profondamente solo, a Bolzano, e non salgo. Guardo il binario, è proprio il 5. Cerco sulle targhette del treno qualche indicazione: è il treno giusto, Chinaski sarebbe il massimo, ma anche Bologna, dai andrebbe bene. Alla fine passa un controllore e io lo fisso da ducento metri di distanza, cerco di agganciarlo con gli occhi, di pilotarlo a me con la forza della mia nevrosi e lui a un certo punto mi vede e sa già cosa voglio chiedergli e mi fa segno di sì con la testa - cinquanta metri - come a dire razza di nevrotico so che stai per farmi una domanda di cui conosci benissimo la risposta, ma la cosa non mi scoraggia e lo aspetto e quando arriva gli chiedo
- è questo il tren…
- sì.
È che mi terrorizza l’idea di finire da un’altra parte. Perché avrebbero dovuto andare a Bolzano? Posso immaginare i due macchinisti, senza problemi:
- uff. Bologna.
- che ha che non va?
- niente. Però.
- però?
- sempre Bologna. Cinque anni che andiamo a Bologna. Bologna-qui, qui-Bologna. Voglio dire.
- vuoi dire?
- chissà come sono le altre città.
- vuoi andare in un’altra città, Piero?
- sì, vorrei tanto.
- che città?
- non so. Una cosa esotica. Bolzano.
- Bolzano non è esotica, Piero, è un tafanario.
- portami a Bolzano, ti prego.
- ma come facciamo coi binari?
- binari?
- sai, i binari. Sono dritti. Noi siamo sul binario per Bologna, girati per Bologna, la vedo dura andare a Bolzano senza fare un macello.
- sei troppo quadrato, pensi troppo quadrato. Mai un guizzo, una botta di vita. Dai, usa quella cazzo di leva.
- posso portarti a Modena, se vuoi.
- Bolzano.
- Reggio Emilia?
- Bolzano.
- e sia.
Non mi lascio disturbare dal fatto che la mia carrozza è piena di senegalesi. Un solo posto libero e 68 senegalesi con vesti ocra e azzurre e gabbie piene di galline sgozzate. Mi avvicino a uno di loro e gentilmente chiedo:
- scusi, è una carrozza di prima classe, questa?
- sì, perché?
- no, sa, tutti questi senegalesi…
- prego?
- dicevo: tutti questi negri. Prima classe, dai. Se vado in seconda cosa trovo? I gay?
- …
Mi siedo nonostante il clima ostile. Il treno parte e i finestrini si chiudono automaticamente e vengono giù le sbarre. Vorrei non cedere alle mie nevrosi ma, insomma, non vorrei davvero trovarmi in Senegal o che altro, quindi chiedo al senegalese che ho di fianco, per sicurezza.
- scusi, questo treno va a Bologna, vero?
Tutti i senegalesi scoppiano a ridere, il treno comincia a sprofondare nel terreno, si fa buio, si accendono luci al neon, un filo di lava cola da un finestrino.
- no, Senegal.
- Senegal. In treno.
- sì, amico. E sarà un lungo viaggio.
Lo ringrazio, mi appoggio allo schienale, tiro fuori il lucido da scarpe e finalmente mi calmo: ho sbagliato treno, è successo, ora sono un uomo negro libero.
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chinaski77
alle ore 11:42 |
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Addestramento di un cagnolino vergine
Il nuovo cucciolo di cane è identico al cane attualmente in carica (età umana stimata: quattrocentomila anni), cioè un pastore tedesco, il quale, mentre tutti giocavano e facevano le feste al nuovo cucciolo, si è fatto vedere in giro come a dire “ohi, sarei ancora vivo” (abbiamo provato a mettergli della paglia in bocca, ma la sputa).
Il nuovo cucciolo, appena uscito dall’uovo, ha cominciato a mordere tutto. Oggetti, caviglie, persone, se stesso. Inutile l’uso della forza: s’incazza. Nemmeno dirgli “no!” serve a granché, né altre cose come “basta”, “no, dai” o “ahia”. Il cane non sembra in nessun modo comprendere la nostra lingua.
Pessimo anche il metodo del biscotto inteso come riscatto, visto che l’animale ha abbastanza intelligenza da capire che devi essere tu l’ostaggio. Dare un biscotto al cane per farlo desistere fa sì che il cane ti morda non solo quando ha voglia di morderti, ma anche quando non ne ha voglia e invece ha fame, che nel suo caso è sempre. Scartato anche il metodo del cercare di non farsi mordere, fuggendo: il cane lo interpreta come un “dai, voglio giocare a farmi inseguire e poi farmi mordere le caviglie” - nella logica canina questo è divertente e sensato - quindi si agita, il liquido blu e il liquido rosso si mescolano e il cane esplode e diventa sensibilmente più agitato e incline a mordere più in profondità ogni tipo di tessuto umano.
Dicono che bisogna dirgli “bravo” quando fa una cosa giusta e “no!” quando ne fa una sbagliata. Mi hanno suggerito di dire “lascia!” pinzandogli le orecchie quando morde, per fargli mollare la presa, e “seduto!” per farlo sedere, subito seguito da “bravo” e/o da un croccantino, come premio. Poi ci sono “andiamo”, per farlo spostare, e “fermo!” per farlo fermare, altrimenti lui ti seguirebbe fino a letto, sotto le coperte, a morderti le chiappe tutta la notte. E comunque ci prova ugualmente e l’ho visto mordere il vetro verticale delle porte.
Ma tutti questi consigli non tengono conto della velocità con cui il cane agisce. Lui ti morde e tu “no!”, ma lui continua a morderti e tu intanto soffri e allora “no! no! no!” ma lui morde con maggior soddisfazione, poi ti viene in mente che ti hanno detto che il comando deve essere secco e unico, altrimenti perde efficacia, ma nessuno ti dice che cosa devi fare se il cane se ne strafrega. “No! Figlio di grandissima! NO!”. Nota: pessima idea chiamarlo Pentolino, a questo punto. Senti come suona? Pentoli-NO! Pentoli-NO! Siccome la bestiola memorizza solo le ultime sillabe di tutto quello che gli viene detto, quando mi morde e sente “no! no!” probabilmente pensa che stia facendo solo il tifo e che lo stia incitando a mordere più a fondo. Allora gli pinzo un orecchio e gli dico “lascia!” e lui lascia, sì, ma solo per mordermi la mano che lo pinza, e quindi: “No! Cazzo, no! Pentoli-NO!”. Un male boia, e il bastardo morde e intanto scodinzola, come fai ad avercela con lui? Prendo un croccantino per sfruttare il suo gastrocentrismo e finalmente lui molla tutto, in adorazione totale del cibo, e allora vorrei farlo sedere con un “seduto!” e, quando si siede, dargli il croccantino, poi dirgli “bravo!” e accarezzarlo, come premio, in modo da fissare il comando e da usare “seduto!” per staccarlo tutte le volte dalle caviglie e dalla mano, ma lui è già seduto, Dio buono, e io non ho altri comandi, dovrei farlo alzare e poi sedere in modo da potergli dire “bravo!”, ma se comincio a muovermi lui mi insegue e mi morde e siamo da capo e se gli do il croccantino troppo vicino al mordermi lui penserà che lo sto incitando e premiando per il fatto che mi sta mordendo e mi morderà con tutto l’amore e la gioia di cucciolo di cane che ha dentro.
Intanto lui continua a mordere. “No! No! Aaargh! No!!!”. “Seduto!”, si siede, “Bra…”, mi morde, “…vo! Ahi! No! Stron-ZO!”, lo pinzo e dico “lascia!”, ma non lascia, “seduto”, ma non si siede, “basta, ahi, ferma! Prendi un biscotto, toh!”, gli do il biscotto, lo mangia in tre millesimi di secondo, faccio un passo, mi è di nuovo addosso, da dietro, mi infilza il polpaccio. “Ma non ti va mai di fare altro?”, gli dico, e lui morde e sta zitto.
In effetti morde tutto, tutto il giorno. Penso che sia il diavolo. Ho chiesto lumi al veterinario e il veterinario, con la tipica faccia da veterinario, cioè quella di uno che una volta ha estratto un dente a un rinoceronte o che infila le mani dentro le mucche, mi ha guardato e mi ha sorriso, accarezzando Pentolino e brandendo una grossa siringa spaventacani (Pentolino, nel frattempo, buonissimo, immobile, coi boccoli e il saio).
“È perché gli stanno spuntando i dentini, povero caro”, mi ha detto. “È come un bambino piccolo”.
Pentolino ha annuito, io l’ho guardato sorridendo e lui ha strizzato gli occhietti come a dire facciamo i conti dopo.
“Allora gli starò alla larga quando arriva all’età puberale”, gli ho risposto, ma non so se ha capito.
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chinaski77
alle ore 17:59 |
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Ristorantopoli continua a mettermi nei guai. Andrea Valentini ne parla
qui, su Liquida Magazine, dove mi hanno persino fatto delle domande alle quali ho risposto in maniera straordinariamente intelligente.
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chinaski77
alle ore 12:58 |
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Cose più alte
Mio padre è il più grande lavoratore che il suo socio abbia mai conosciuto, mi ha detto una volta il suo socio, e il suo socio è il più grande lavoratore che io abbia mai conosciuto. Dopo mio padre, è chiaro. Sono un mix esplosivo, quei due: uno arriva alle sei del mattino, salta giù dal furgone, si frega le mani, accende le macchine e comincia a lavorare e non lo ferma più nessuno fino alle otto di sera. Fanno quattordici ore filate, se non sbaglio, e se ne può togliere giusto una e mezzo per il pranzo. Non credo di aver mai fatto una cosa per quattordici ore di fila, nella mia vita, tranne giocare a Championship Manager.
L’altro – mio padre – si alza alle sei del mattino, come minimo, prende Jisus per i riccioli e la trascina giù dal letto e la mette davanti ai fornelli e al frigorifero e le chiede gentilmente se “amore mio puoi scaldare il lattuccio?”. Lui dice che è perché gli piace fare colazione con lei. Lei grugnisce e penso che vorrebbe andare avanti a dormire fino almeno alle nove, ma in nome dell’amore si adegua e probabilmente recupera le ore di sonno mentre lui le racconta le sue mirabolanti avventure lavorative. Dopodiché mio padre raggiunge il suo socio e fa la sua tirata tale e quale a lui, mentre tutt’intorno le luci degli altri stabilimenti progressivamente si spengono e gli operai se ne vanno o si danno il cambio di turno e finisce il giorno o ne comincia un altro.
Mio padre mi ha sempre detto che, qualsiasi cosa avesse fatto, l’avrebbe fatta a questo modo, e io gli credo. Se avesse fatto il gelataio, avrebbe venduto gelati anche il quindici dicembre alle undici di sera a due barboni infreddoliti. Li avrebbe invitati dentro, perché è una persona di una bontà senza limiti, gli avrebbe dato una coperta e un termosifone e qualche biscotto e però anche un cono gelato. Garantito. Se avesse fatto il capo di governo avrebbe lavorato a decreti legge e risoluzioni tecniche e finanziarie dall’alba al tramonto, avrebbe vietato gli scioperi, avrebbe portato le ore di lavoro minime giornaliere a diciotto senza modificare il salario, avrebbe cancellato le ferie, le mutue, le malattie, avrebbe vietato i tramonti. Naturalmente il popolo sarebbe insorto nel giro di poco tempo e il palazzo del governo dato alle fiamme e mio padre non avrebbe capito ma, onesto com’è, si sarebbe dimesso, magari scuotendo la testa e sapendo di aver fatto tutto per il meglio. La gente vuole il lavoro ma non vuole lavorare diciotto ore al giorno. Mio padre e il suo socio sono un caso limite e io sono il caso limite opposto.
Com’è possibile? La mia teoria – perché ho una teoria – è che da un lato si debba considerare il fattore ereditario. Da un genitore ho ereditato certe cose e dall’altro certe altre. Da mio padre ho ereditato il colore degli occhi, ad esempio, da mia madre gli occhiali. Fiducia illimitata nei propri mezzi: padre. Imbranataggine: madre. Presunzione d’infallibilità: padre. Sospetto di aver fallito, a prescindere: madre. Tendenza a essere soverchiato: madre. Idiosincrasia per il conflitto: padre. Eccellenza nonostante tutti questi apparenti difetti: padre. Altri difetti non elencati: madre. E così via, fino a: pigrizia: madre; ferrea determinazione: padre. L’unione di queste ultime due ha prodotto lo strano individuo eternamente sfaccendato che sono.
Dall’altro lato, poi, c’è che il mio carattere si è senz’altro formato per reazione. Per quanto io stimi mio padre oltremodo, è piuttosto evidente che sono venuto fuori per contrasto, senza volere, come un negativo. Lui è un uomo pratico, io sono una nuvola di fumo. Lui bada al sodo, io leggo un libro. Lui se non è impegnato si sente perso, io mi perdo nel disimpegno. Lui se non lavora si deprime, io mi deprimo al pensiero. Lui ha le mani segnate dall’attività e dal sacrificio, io ce le ho ancora avvolte nel pluriball.
Andando a ritroso non saprei trovare un evento particolare che può avermi fatto diventare così, che può avermi aiutato a sviluppare la mia spettacolare filosofia non-lavorativa, non-partecipativa, non-contributiva. Alle elementari ricordo che io giravo in bici per la campagna circostante. Alle medie ero sempre in bici che gironzolavo, inseguito da alcuni discepoli-cane. Poi in motorino, sempre a gironzolare, i cani più indietro, dei puntini scodinzolanti nei retrovisori. Al liceo ho scoperto il bar e qualcuno in casa cominciava a sentire puzza di bruciato. Arrivata la patente, poi, non mi hanno proprio più visto, e lì hanno cominciato a capire che, forse, ero nato per fare altre cose. Cose diverse. Cose più alte. Cose tipo niente.
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chinaski77
alle ore 10:54 |
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Me stesso alla radio
Ed ecco il
podcast della trasmissione andata in onda sabato, se davvero te la senti di sentire la mia voce.
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chinaski77
alle ore 08:16 |
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Accalappia Jisus
[
venerdì]
Domani posso venire anch’io alla radio?
Ma certo, Jisus.
Eh, cosa cosa? Allora vengo anch’io.
Ok, Padre.
[
sabato, ore 7:00]
Pronti, ragazzi?
Uh, la Rai! Che bello…
Sono proprio curioso di vedere com’è fatta la…
No, aspettate: entro solo io, ok?
…
Voi dovete aspettare in macchina.
…
Cioè, non è che posso andare alla Rai accompagnato dalla mamma e dal papà, lo capite, no?
Sì, sì, capiamo…
Ecco, dai. Ho quasi trent’anni, che figura ci…
Trentadue.
Ok. L’importante è che restiate in macchina. Non scendete, non prendete iniziative, non...
Ma certo, non ti preoccupare.
Che cosa mi rappresenterebbe quello, Jisus?
Questo? Niente, è solo un termos.
Allora non ci siamo capiti. Niente termos. Niente tovagliolini, niente macchine fotografiche o salviettine umidificanti. Non fate tutte quelle cose da genitori, ok? Stiamo andando alla Rai, diamine, un po’ di contegno. Fate finta di essere due miei amici anziani.
Ma è per la colazione…
Metti via quel termos, tesoro.
Bravo papà, diglielo.
Ma…
Su, dallo a me.
Ma non può andare in radio a stomaco vuo…
Sì, hai ragione, ma lui non lo vuole, mettilo via.
…
Senti, ok, lasciale portare il termos, non c’è problema. Non scendete dalla macchina, questo è il punto.
Ci vuoi anche l’orzo, nel latte?
[
Sabato mattina, ore 8:30, parcheggiati in una traversa di Corso Sempione]
Bene, allora io vado. Ci rivediamo qui tra un paio d’ore. Mi raccomando: voi non ci siete.
Non ci siamo.
Esatto, non ci siete.
Siamo solo frutto della tua immaginazione.
Proprio così. Ho trent’anni, Dio buono.
Trentadue.
Restate qui. Niente iniziative.
Ma per chi ci hai preso?
Jisus, torna qui. Dove sta andando tua moglie, Cristo santo?
Non saprei. Tesoro, dove stai andando?
Dimmi dove cazzo sta andando, Papà.
Non so, dovrà fare pipì.
E me la deve fare proprio in Corso Sempione, porca puttana?
Tesoro?
Ti do cinque secondi per recuperarla.
[
8.35, recuperata Jisus, io sul marciapiede, loro in macchina]
Non scendete dalla macchina. Se vedono che sono venuto coi genitori sono fottuto.
Sicuro di non volere un po’ di torta?
Non. Scendete. Dalla. Macchina.
Soffiati il naso, almeno.
[
ore 8.55, in ascensore, dentro la Rai, in compagnia di Claudia Ceroni, autrice del programma]
Ciao.
Ciao.
Come stai?
Bene, grazie.
Ci hai messo molto ad arrivare?
Ma no.
A che ora sei partito?
Siamo partiti alle…
Partiti? Ma… in quanti siete?
…
…
Sono venuto con [inventaqualcosainventaqualcosainventaqualcosainventaqualcosainven…] i miei [finita].
Con i tuoi?!
Sì [
finita].
Ma dai.
Già. Gli ho detto di aspettarmi di sotto col motore acceso.
[
ore 10.40, dopo la trasmissione, Jisus e il Padre si sono spostati con la macchina dalla traversa di Corso Sempione a non più di tre metri dall’antenna della Rai]
Sei andato benissimo! Bravo!
Mi sembrava di avervi detto di non muovervi.
Ci avevi detto di restare in macchina, non che non potevamo spostarci con la macchina.
Si sente bene la radio da sotto l’antenna?
Molto bene. Vuoi fare merenda?
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chinaski77
alle ore 08:15 |
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Cose da farne dei libri
Oggi, nell'inserto milanese di Repubblica, la benefattrice
Carlotta Magnanini parla di me e del mio amico Ristorantopoli.
Inoltre, e salvo imprevisti, sabato 9 maggio, dalle ore 9.30 alle 10.30, sarò su Radio 2, ospite di Federico Taddia a
L'altrolato, perciò venerdì sera andate a letto presto, poi alzatevi presto e sintonizzatevi sul sottoscritto.
postato da
chinaski77
alle ore 10:34 |
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Mike Bongiorno
Ad esempio quando io morirò sarà un fatto abbastanza grave e l’unica consolazione che ho trovato sinora è che non mi dovrò anche seppellire. Per il resto sono abituato che accendo il televisore, metto sul telegiornale e lì assisto terrorizzato all’incessante elenco di catastrofi d’ogni tipo. No, non è vero, non sono terrorizzato. Mentre dei tizi senza scarpe con asciugamani arrotolati in testa sparano missili terra-aria in faccia ad altri tizi poveri disgraziati che poi piangono e digrignano i denti e risparano a loro volta, io taglio la mia bistecca.
Le cose gravi della televisione sbattono contro lo schermo e rimbalzano via per sempre.
Avevano detto che sarebbe arrivata la nuvola radioattiva assassina di Chernobyl e che ci avrebbe ammazzato tutti, ma non è mai arrivata. Mi ricordo bene quando il telegiornale ha mostrato un alone che avrebbe sorvolato la mia casa, come facevano sempre le nuvole, solo che fino a quel giorno tutte le nuvole erano venute dalla direzione opposta e non erano mai state lampeggianti fucsia. Sono uscito di fuori a giocare a pallone e ho guardato il cielo e mi sono detto che, niente paura, quand’avessi visto l’alone sarei rientrato, proprio come con le nuvole. Nessuno mi ha mai spiegato né prima né dopo che l’alone fucsia era solo un artificio grafico del telegiornale per spiegare un fenomeno fondamentalmente invisibile, e adesso posso accendere la televisione senza telecomando.
Avevano detto che sarebbe arrivata la Sars. Neanche due giorni ed ero a letto con una severa difficoltà respiratoria acuta e due preoccupanti occhi a mandorla. Avevo la febbre. Avevo la tosse. Avevo la letargia (non se n’è mai più andata). Avevo la diarrea. Ho chiamato il medico sapendo già il responso e mi vedevo in quarantena, primo caso in Italia, spregevole untore della nazione tutta. Il medico mi ha detto che non avevo niente e che doveva andarsene perché aveva altri quindicimila casi di Sars da vedere, giù in paese.
Poi avevano detto che sarebbe arrivata l’aviaria. Mi ricordo bene la stima di 150.000-200.00 vittime, come se far ballare cinquantamila vittime avanti indietro fosse roba da niente. Ora a qualcuno sembrerà una storia inventata, ma andate a controllare. 150.000-200.000 vittime. Non è più morto neanche il pollame.
Al massimo, alla fine, c’è una leggera sovrapposizione, questo sì, come quando tanti anni fa è piovuto per un mese filato, un mese filato di acqua battente incazzata nera, e a tutti sono venute le pupille strette per la consuetudine al cielo grigio e alle nuvole, e un giorno è arrivata la voce che il fiume era uscito, che chi era di là rimaneva di là e chi era di qua, di qua.
Qui dove sono io il fiume divide noi emiliani dai lombardi. Quando esce il fiume, ogni volta che esce il fiume, l’acqua va giù dalla parte dei lombardi, solo dalla parte dei lombardi, almeno qui da noi. Jisus è lombarda di origine e mio padre è emiliano e noi siamo nati e viviamo nella parte emiliana e ci sentiamo emiliani, anche Jisus è costretta a suon di scudisciate a sentirsi emiliana e a dire che si sente emiliana e a cantare l’inno emiliano tutte le mattine, anche se io so che lei è rimasta lombarda dentro, che quando è sola telefona ai suoi parenti lombardi e parlano in lombardo stretto senza capirsi nemmeno tra di loro e tramano chissà quale complotto alle spalle del popolo emiliano.
Quella volta, come tutte le volte, noi emiliani siamo andati sul lato emiliano a vedere i lombardi sul lato lombardo inondato che lavoravano di bestemmie e di secchio, e io, mentre Ii guardavo, ho guardato anche il Padre e ho guardato Jisus e ho detto che “l’acqua sa dove deve andare”, solo questo, mentre loro non mi hanno guardato e non hanno detto niente.
Tornati a casa, accesa la televisione, la cosa grave del telegiornale era la stessa che avevamo visto noi poche ore prima, le stesse immagini, lo stesso ponte, la stessa gente, e il giorno dopo un parente lombardo di Jisus è arrivato a casa nostra alle tre del pomeriggio, tutto sporco di fango, ha buttato il suo cappotto bagnato sul tavolino del soggiorno, si è acceso una sigaretta e ha sibilato in dialetto lombardo un comprensibile vaffanculo.
Lì è stato il momento in cui lo schermo televisivo si è incrinato e ha lasciato passare di qua quello che era sempre stato di là. Non che io considerassi il problema del tizio lombardo un mio problema, è chiaro. Però mi ha fatto lo stesso effetto di veder entrare in casa mia, senza preavviso, in smoking e tutto, Mike Bongiorno. Vederlo entrare e vederlo che si butta sul divano, si sgancia due bottoni e la pancera, si toglie la parrucca e sospira un vaffanculo.
Mike Bongiorno, cazzo. Chi l’avrebbe mai detto?
postato da
chinaski77
alle ore 09:36 |
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Siamo sopra e manca un minuto
Ah, beh, da tre settimane Ristorantopoli è nella Top10 dei più venduti su Ibs, reparto cucina, casa e biscotti, il che vuol dire che siamo andati vicino a prendere o forse possiamo ancora prendere Rosanna Lambertucci. Siamo stati anche terzi, ma poi è venuta su gente come Bigazzi e, insomma, mi sa che tutti guardano me e Ristorantopoli e pensano ma chi cazzo sono questi, soprattutto considerando che noi non vendiamo ricette e non insegniamo come far addormentare (per sempre) bambini o come diventare magri (ma che ci vuole, poi? Ecco dieci infallibili metodi per diventare magri: 1) smettere di mangiare; 2) invertire il senso di utilizzo dell’apparato digerente; 3) introdurre il cibo non in bocca ma nelle orecchie; 3) mangiare solo libri per dimagrire; 4) andare in Zimbabwe e bere molta acqua (o anche niente); 5) fare sesso con molte prostitute seguendo scrupolosamente le direttive della Chiesa in fatto di contraccezione, 6) laurearsi in filosofia; 7) poi voler fare lo scrittore; 8) leggere Ristorantopoli; 9) dormire su un tapis roulant; 10) invitare a cena il Bortecca).
Nel frattempo, il sempre meno meno noto blogger Woland ha scritto una lusinghiera
recensione del libro, se non ho capito male paragonandomi a David Foster Wallace, che starà rullando nella tomba come una stecca di calcio-balilla. Chi volesse farmi pervenire recensioni lusinghiere o anche così così può farlo e io raccoglierò il tutto in un futuro spazio dedicato alla mia vita, alle mie opere e a tutte le mie memorabili imprese. Le recensioni negative, invece, mi devono essere ugualmente spedite, ma verranno condotte in uno spazio segreto e fatte brillare.
[nella foto, la preoccupazione di Rosanna Lambertucci]
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chinaski77
alle ore 09:25 |
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Gravidanza isterica
Sarà l’età, ma ormai il pensiero di cose riguardanti un mio eventuale futuro figlio è una costante, e devo dire che mi impegna così tanto che facciamo che mi farò bastare giusto il pensiero.
Ad esempio ho pensato a come mi comporterò quando Pompelmo tornerà a casa e puzzerà di fumo, puzzerà di alcol, avrà del rossetto sulla guancia e, completamente avvolto in un tappeto persiano, cercherà di convincermi che è stato solo al cinema però vomitandosi nel frattempo manciate di smarties nel colletto della camicia.
Ora, io non sono tanto preoccupato dal fatto che Pompelmo fumi o beva o faccia uso di sostanze stupefacenti, perché la vita mi ha insegnato che non c’è modo di fermare le idee stronze che vengono a un adolescente e che se cerchi di fermarle lui penserà che per qualche motivo sono importanti per la sua auto-affermazione e non ci sarà più modo di farlo smettere anche quando lui sarebbe il primo a volerlo fare. Quello che mi preoccupa, invece, quello che, se ci penso, mi fa venire una specie di formicolio alla schiena per l’incazzatura, è che quel piccolo sottosviluppato possa davvero pensare di fregarmi. Voglio dire, fregare me, ah.
So bene che non è un pensiero realistico, che “un padre poi non si preoccupa di questo ma della salute e della morale e dello sviluppo”, però, insomma, mettiamo che fumi, no? Mi spiacerebbe molto vedere che mio figlio ogni venti minuti si incide irrimediabilmente il Dna con quattromila sostanze cancerogene sintetiche (se usasse catrame biologico, almeno) e di sicuro cercherei di spiegargli tutto quello che penso adesso del fumo, magari tacendo che ho fumato per quindici anni e che a nove raccattavo mozziconi di sigaretta dai marciapiedi, però non sarei arrabbiato, non avrei il formicolio, sarei forse, non so, dispiaciuto.
Invece, se penso che Pompelmo torna a casa e ha qualche segno distintivo di chi ha fumato e io me ne accorgo e glielo dico e lui cerca di fottermi con qualche patetico ragionamento adolescenziale o rifilandomi qualche balla imbevibile o non so che altro, ecco, questo mi fa incazzare parecchio. Quello che sta succedendo o potrebbe succedere al suo Dna è davvero il mio ultimo pensiero.
Dunque consiglio vivamente a Pompelmo di non fare il furbo con uno come me, perché io sono esattamente il tipo di persona che può stare sul divano a grattarsi la pancia fregandosene di dove va, con chi va e cosa fa, ma se per caso mi trascina in una guerra dove è in gioco il riconoscimento della maggiore intelligenza o furbizia, allora la pigrizia e la rilassatezza scompaiono e divento capace di tutto. Di tutto. Sono capace di spendere dei soldi per mettergli alle costole un investigatore privato. Sono capace di essere io l’investigatore privato, di pedinarlo, di fotografarlo, di mettermi una parrucca bionda ed essere io la bionda che cerca di portarsi sul sedile posteriore della macchina, che quando mi infilerà la lingua in bocca io mi toglierò la parrucca e gli dirò “ah! Hai fumato, brutto bastardo, ti ho beccato” e lui dirà “papà! Che schifo!” e io dirò “e hai pure baciato un uomo, pervertito!” e lui, non so, a quel punto dovrà ammettere di avere un papà fottutamente scaltro. Sono capace di tendergli delle trappole che neanche s’immagina e se devo essere sincero non vedo l’ora.
Quando avrò saputo tutto quello che c’è da sapere su quello che lui ha fatto quand’era fuori, lo aspetterò a casa. Svuoterò il soggiorno dei mobili e lascerò solo un grosso tavolone centrale da dodici e lo farò entrare e lo farò sedere e gli chiederò di dirmi minuziosamente tutto quello che ha fatto, pronto a smascherarlo al primo passo falso:
- dove sei stato oggi pomeriggio, Pompelmo?
- ehm, al cinema.
- al cinema.
- sì.
- a vedere?
- a vedere Bowler.
- ah, bello.
- l’hai… l’hai visto anche tu?
- visto? L’ho diretto.
- …
- allora? Ti è piaciuto?
- …sì.
- qualche commento?
- …no… cioè… bello.
- ok. Ti vedo un po’ agitato, rilassati. Senti, dopo il cinema?
- sono stato da Michele.
- ah, Michele…
- sì.
- questo Michele?!
- oddio!
- ehm… ciao, Pompelmo.
- ciao, Michele…. che cazzo ci fai qui?
- eh, no, niente… tuo padre mi ha, diciamo, preso e allora…
- allora non sei stato con Michele, Pompy.
- eh? Ah, nooo… ma io dicevo non questo Michele.
- e che Michele dicevi, figliolo?
- Michele Panzarini.
- ma ho anche lui, cosa credi? Eccolo qui.
- oh.
- Pompy…
- Michele…
- Ci siamo tutti. Allora, Pompelmo, ti ripeto la domanda: dopo il cinema?
- Sono stato…
- Intanto non ti spiacerà se Michele ti prende un campione di sangue, vero?
No, non c’è davvero modo di fottermi, Pompelmo. Te lo dico ancora prima che tu venga al mondo.
Il fatto è che mentre io sarò lì a fare gli esami del sangue a Pompelmo per vedere se si è drogato, lui dentro di sé riderà di me e penserà a quant’è stato bello indossare quei polli morti o giocare a sbriciolanziani, perché la regola generale dice che un genitore, quando cerca di difendere suo figlio da un pericolo, manca sempre il bersaglio, e questo perché i due mondi non coincidono.
Quand’ero giovane (più giovane), Jisus era preoccupata che al liceo non studiassi (ho scelto una trasgressione blanda perché so che Jisus legge il mio blog e non potrei dire della droga e degli omicidi e delle testate nucleari, ma ero un vero duro, credetemi) e non immaginava quanto la sua preoccupazione fosse distante dalla preoccupazione che avrebbe dovuto avere, cioè lei temeva che io non studiassi e che poi mi interrogassero e che mi mettessero un brutto voto, ad esempio in geografia astronomica, ma non c’era da aver paura, Jisus, perché io non ero nemmeno a scuola, in quinta ho saltato tutte le lezioni di geografia astronomica da novembre a giugno, grazie alla magica firma da neomaggiorenne sul libretto delle assenze! Mi veniva il raffreddore il martedì, guarivo il mercoledì, giovedì stavo bene, poi ricaduta il venerdì, il martedì dopo arrivavo con un’ora di ritardo perché avevo forato, il venerdì successivo avevo un accesso di scorbuto. Il professore di geografia astronomica, poi, era convinto che io fossi un altro, anche se io non ero diventato l’altro e perciò non ho idea di chi pensava che io fossi e non so bene a chi abbiano messo il mio 4 perpetuo, quell’anno, ma a me non ha detto mai niente nessuno.
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chinaski77
alle ore 07:57 |
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Drunk bloggers meet drunker books
Il noto libro Ristorantopoli mostra una copia del noto blogger
Livefast (clicca sulla foto se sei proprio sicuro di volerla ingrandire).
Errata corrige suggerita dal meno noto blogger Woland in una mail con oggetto "Ma porco di quel":
Il noto libro Ristorantopoli, proprietario di
Woland, mostra una copia del noto blogger Livefast, che non è posseduto dal libro ma vi sosta solo nelle vicinanze.
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chinaski77
alle ore 10:34 |
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